"I piedi toccavano: impiccamento atipico"
Nessuna "certezza assoluta che si sia trattato di suicidio e non di omicidio: ma con molta verosimiglianza escluderei quest’ultimo". La prima testimone a prendere la parola ieri mattina davanti alla corte d’assise, è stata Sara Benedetti, medico legale che il 25 luglio del 2019 eseguì i primi rilievi sul cadavere, completati poi dall’autopsia. Il processo è quello legato alla morte del macellaio 64enne Domenico Montanari contitolare dell’’Antica Macelleria Bandini’ di Faenza. Un decesso che, dopo l’imputazione ordinata dal gip di fronte alla richiesta di archiviazione della procura, si era tramutato in omicidio volontario in concorso. Due gli imputati: il 56enne ex vigile urbano manfredo Gian Carlo Valgimigli (avvocati Lorenzo Valgimigli e Alice Rondinini). E il 31enne di origine albanese Daniel Mullaliu, fratello dell’allora compagna del primo (avvocato Luca Donelli).
"Entrai dalla porta principale - ha ricordato la teste rispondendo alla domande del pm Angela Scorza - c’era un deposito con un gancio con corda alla quale era appeso" il defunto. "Sotto, c’era un tavolo". Il corpo del 64enne "era accanto, con i piedi appoggiati a terra. Avevo preso le misure per vedere se fosse compatibile che lui fosse arrivato ad agganciare tutto". All’interno della macelleria, la luce era spenta non c’era interruttore: Montanari avrebbe dovuto "percorrere il corridoio al buio, infilarsi nella porticina, e sempre al buio, salire sul tavolo, mettersi il cappio".
Possibile? La saracinesca "consentiva forse di fare filtrare un po’ di luce. Avevo immaginato che una persona al buio in ambiente che conosce, riesce a orientarsi magari con la luce del cellulare". L’esame esterno del corpo, aveva disvelato un particolare anomalo: "I piedi toccavano entrambi il pavimento, le gambe erano flesse". Ovvero un "impiccamento atipico incompleto" con la morte collocata "alle 4.15" con "range tra due ore prima e due ore dopo". Sul Montanari "non c’erano lesioni di colluttazione o di difesa". A questo punto il pm ha chiesto alla dottoressa se potesse escludere che fosse intervenuta "una prima manovra di strangolamento che ha generato la morte e poi per simulare l’impiccagione". Secondo la teste "i solchi sono diversi: nell’impiccamento l’andamento è obliquo: nello strangolamento è più orizzontale". Nel nostro caso "ci sono gli orizzontali ma nella parte alta del collo. La corda era doppia". L’avvocato Donelli ha qui rilevato che "l’impiccamento atipico e incompleto, accade spessissimo". Se cioè la volontà di farla finita è alta, "abbiamo visto anche persone impiccarsi a un termosifone".
Il successivo teste, Rosario Pugliese delle Fiamme Gialle, eseguì accertamenti finanziari sulla macelleria: "Era una società abbastanza sana anche se con una grossa crisi di liquidità. Da un mese e mezzo non c’erano depositi in contanti. In cassa c’erano circa 1.900 euro": da registro del commercialista, ce ne dovevano essere 138mila. Di fatto "in cassa c’era un ammanco di 136mila euro".
Fabio Albonetti, prima dipendente e poi socio dal 2009 al 2019, ha ricordato che quando scoprì che Montanari "faceva assegni a mia insaputa per farsi prestare soldi con il timbro della macelleria, i rapporti si erano incrinati. Gli assegni li dava a Gian Carlo Valgimigli. L’ho visto con i miei occhi una volta nell’autunno 2018: si giustificò dicendo che gli servivano per pagare gli stipendi. Io allora dissi al commercialista di fare i conti perché ognuno andasse per la propria strada. Ipotizzammo la possibilità che mi cedesse la sua parte, poi cambiò idea. Dopo la sua morte, dai conti capimmo che dalla cassa mancavano 150 mila euro; poi fornitori non pagati, dipendenti non pagati. Non ho mai capito tutti questi soldi in cinque o sei mesi dove li avesse messi".
Maurizio Gallina, agente immobiliare, ha ricordato che nel 2019 Valgimigli lo aveva contattato per proporgli "di vendere la parte di una casa di Montanari di cui un’appendice era affittata. Il 16 luglio 2019 andammo a vederla". Poi "venne in ufficio da noi per una proposta. Valgimigli aveva fretta, era insistente, veniva spesso in agenzia". Da ultimo ha preso la parola Mirco Ferrini, anni addietro con Valgimigli nella stessa azienda. "Mi telefonò dicendomi che c’era un appartamento da vendere, se poteva interessarmi. Andammo a vederlo con mio fratello: si parlava di 135 mila euro. Mio fratello non ottenne il mutuo. Valgimigli mi chiese un acconto di 15 mila euro per fermare la casa. Gli feci cinque assegni da tre mila euro in bianco. La casa poi non fu acquistata: ma i 15 mila euro non li ho più avuti". A questo punto il presidente della corte, il giudice Giovanni Trerè, prima di invitarlo a dire la verità, ha chiesto al teste se avesse "paura di Valgimigli". La risposta: "No, sono agitato".
