Delitto Silipo, condanna a 26 anni definitiva
La Cassazione ieri ha rigettato il ricorso della difesa. Diventa così definitiva la condanna a 26 anni di reclusione emessa per Dante Sestito, condannato per l’uccisione del 29enne Salvatore Silipo, avvenuta il 23 ottobre 2021 a Cadelbosco dentro l’officina di cui l’imputato era titolare. In primo grado, nel febbraio 2024, la Corte d’Assise – presieduta da Cristina Beretti, a latere Matteo Gambarati più i membri popolari – aveva deciso 26 anni, escludendo l’aggravante dei motivi futili e abbietti e riconoscendo la premeditazione e la crudeltà.
Il pubblico ministero Piera Cristina Giannusa aveva sostenuto la sussistenza delle tre aggravanti e chiesto l’ergastolo. I parenti della vittima si sono costituiti parti civili attraverso gli avvocati Mattia Fontanesi, Roberto Chiossi e Barbara Bettelli. La Corte d’Assise d’Appello nell’aprile 2025 aveva confermato il verdetto del tribunale reggiano per l’imputato 74enne. L’avvocato difensore Luigi Colacino aveva domandato di riqualificare in omicidio preterintenzionale o in morte come conseguenza di altro reato, sostenendo che non si potesse configurare più di un dolo d’impeto, dato che la vittima era stata convocata per un incontro chiarificatore.
I giudici di secondo grado motivarono la sentenza scrivendo: "Non vi è dubbio che si sia trattato di un omicidio volontario". Secondo la difesa, Sestito impugnò la pistola e la rivolse a Silipo solo perché voleva minacciarlo e avere informazioni per ritrovare gli pneumatici spariti dall’officina – che avrebbero contenuto soldi –, ma il colpo esplose in modo accidentale. Il tribunale di Bologna aveva rigettato questa tesi in base a testimonianze come quella di Pierfrancesco Mendicino, cugino della vittima: raccontò che Sestito puntò subito l’arma contro Silipo, intimando ai presenti di inginocchiarsi e poi sparando senza aspettare che i tre si genuflettessero. Per la Corte era rilevante anche il racconto del fratello della vittima, Francesco Silipo: ingaggiò una colluttazione con l’imputato per salvare la vita a Mendicino, che Sestito avrebbe cercato di uccidere subito dopo e disse che Sestito aveva espresso un proposito omicidiario già nei giorni precedenti.
Si dà particolare rilievo alla perizia medico-legale: l’analisi del collo, su cui c’erano i fori del proiettile, ha evidenziato affumicature e sostanze provenienti dalla canna, a dimostrazione che il colpo fu esploso a contatto, o quasi, con la pelle. A sostegno della premeditazione, erano state addotte la convocazione nell’officina chiusa, le videocamere rese non operative, il coinvolgimento di tre persone nascoste e pronte a intervenire in caso di difficoltà, il tentativo di uccidere anche Mendicino. Confermata la crudeltà: "Fu una vera e propria esecuzione a scopo dimostrativo - scrissero i giudici bolognesi -. Il rituale dell’inginocchiamento ha infatti una valenza altamente simbolica negli ambienti criminali. Silipo comprese che la sua vita da giovane padre di una bambina stava per terminare, senza possibilità alcuna di reagire". L’avvocato Colacino ha di nuovo impugnato sostenendo che premeditazione e crudeltà - perché fu esploso un solo colpo - non sussistessero, ma la Corte suprema ha confermato il precedente verdetto.
