Affidi Bibbiano, il ricorso del pm alla sentenza di primo grado: “I giudici hanno voluto assolvere a tutti i costi”
Il pubblico ministero Valentina Salvi in aula durante la requisitoria
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Reggio Emilia, 1 aprile 2026 – Un faldone da 2.447 pagine, più numerosi documenti allegati. È il corposo ricorso redatto dal pubblico ministero Valentina Salvi per impugnare la sentenza di primo grado sugli affidi di bambini di Bibbiano, che ha visto nel luglio scorso l’assoluzione di 11 persone su 14, e le restanti tre condannate con pene lievi rispetto alle richieste del pm. I capi di imputazione al vaglio del tribunale reggiano sono stati un centinaio: ora il pm Salvi ne ha selezionati una parte, in tutto 41, per i quali chiede la condanna.
Caso Bibbiano, i giudici del processo: “Debolezza del quadro accusatorio. Il clamore mediatico ha travolto i bambini”
Gli imputati che dovranno affrontare un nuovo processo, a seguito dell’iniziativa della Procura o della difesa, sono 10. Al centro l’allontanamento dei bambini dalle famiglie avvenuto, secondo l’accusa, a seguito di particolari falsi attestati dagli operatori nelle relazioni e il presunto tentativo di inculcare nei minori ricordi di abusi sessuali subiti dai familiari ma mai avvenuti.
A seguito del ricorso del pm, saranno processati in Appello Federica Alfieri, psicologa dell’Ausl (impugnata un’accusa), l’ex responsabile dei servizi sociali Federica Anghinolfi (per 12 accuse); la coppia di affidatarie Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji (per un’accusa), la psicologa del centro ‘Hansel e Gretel’ di Torino Nadia Bolognini (per 6 accuse), la psicologa dell’Ausl Imelda Bonaretti (per 5 accuse), gli assistente sociali Sara Gibertini (per un’accusa), Francesco Monopoli (per 11 accuse) e Annalisa Scalabrini (per 4 accuse). I tre imputati condannati in primo grado hanno a loro volta impugnato: Anghinolfi (erano stati decisi 2 anni con pena sospesa), Monopoli (1 anno e 8 mesi pena sospesa), oltre alla neuropsichiatra dell’Ausl Flaviana Murru (5 mesi pena sospesa). A quanto risulta al momento, non vi sarebbero impugnazioni delle parti civili, ovvero istituzioni pubbliche e famiglie coinvolte.
Nel ricorso, oltre agli imputati sono anche i giudici del collegio – presieduto da Sarah Iusto, a latere Michela Caputo e Francesca Piergallini – a finire ‘sott’accusa’ del pm Salvi: “L’impostazione della sentenza è guidata da una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie – scrive – con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie”. E poi: “A fronte di un quadro probatorio chiarissimo in termini di responsabilità penale, pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni, il tribunale si avventura in terreni scivolosi e in ricostruzioni del tutto fantasiose dei fatti tanto da risultare addirittura sorprendenti”.
Le 1.650 pagine della sentenza in primo grado
Il collegio aveva depositato in febbraio le motivazioni della sentenza, in tutto 1.650 pagine: sulla formulazione delle accuse da parte del pm parlavano di “evidenti criticità sul piano giuridico”, a partire dai falsi contestati nelle relazioni, le frodi e il depistaggio; in più avevano criticato sul piano metodologico l’operato delle psicologhe consulenti del pm, per poi dedicare ampio spazio alla disamina dei casi delle singole famiglie. Il pm parla di “profondo sconforto”, riferendosi ad assoluzioni in cui il tribunale “menziona circostanze mai avvenute” o quando, “quasi in termini di veggenza, sembra addirittura addentrarsi nell’analisi degli stati d’animo degli imputati, arrivando a menzionare cosa stessero pensando nel momento della commissione dei fatti”.
Sui falsi nelle relazioni, il pm osserva: “Un conto è riconoscere la discrezionalità dell’assistente sociale nel selezionare i temi da trattare e rappresentare al giudice, altro è ritenere lecito che l’operatore sia libero di selezionare arbitrariamente i singoli contenuti ed elementi da inserire nella relazione, attribuendo così al macro tema da lui legittimamente scelto un significato diverso da quello che avrebbe avuto se avesse invece inserito tutte le informazioni in suo possesso”.
Salvi ha anche insistito nel chiedere il riconoscimento dell’aggravante della fidefacenza (“I falsi hanno a oggetto fatti o dichiarazioni che gli assistenti sociali attestano in atti giudiziari e nella veste di ausiliari del giudice”). E ha rilevato errori di calcolo sulle prescrizioni.
“È mancata da parte del tribunale una lettura organica delle relazioni"
Parla di “visione atomistica delle singole condotte delittuose”: “È mancata da parte del tribunale una lettura organica delle relazioni e, dato ancor più grave, sono state del tutto pretermesse le reali motivazioni degli imputati sottese alla redazione di quei documenti destinati alla magistratura. Le numerose risultanze probatorie offerte alla cognizione del tribunale che dimostravano come ogni falso comunicato al giudice avesse una finalità precisa e si inserisse in un più ampio disegno criminoso volto a trattenere i minori lontano dalle famiglie sono finite in secondo piano o forse, e ben più ragionevolmente, sono state completamente ignorate dal collegio”.
La missione salvifica
E si ribadisce la tesi accusatoria della “missione salvifica” di cui l’ex responsabile dei servizi sociali Federica Anghinolfi e il collega Francesco Monopoli si sentivano portatori: “Tutte le innumerevoli chat intercorse tra i vari imputati completamente ignorate dal collegio danno infatti perfettamente conto di questa missione che determinava gli imputati ad inserire nelle relazioni dati falsi al fine di orientare le decisioni della magistratura sempre nella medesima direzione, cioè di ratificare i provvedimenti di allontanamento urgente o assicurare la permanenza sine die dei minori in affido extrafamiliare”.
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