Sgomento nel paese di origine di Cinturrino: “Se Carmelo ha sbagliato, pagherà. Ma questa gogna mediatica fa malissimo” /
Carmelo Cinturrino in ambulanza la sera dell’uccisione di Abderrahim Mansouri, (Ansa/Andrea Fasani)
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Milano, 24 febbraio 2026 – C’è un paese nel Messinese, di poco più di duemila anime e a oltre 1.200 chilometri da Milano, che ieri mattina si è svegliato sgomento. Incredulo. Che ha dovuto imparare suo malgrado una topografia estranea e ostile: Corvetto, Rogoredo…
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Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia di Stato 41enne, fermato alle prime ore del 23 febbraio con l’accusa di omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, è un figlio di Alì Terme. È uno dei tanti che, nato e cresciuto in riva al mar Ionio con la Calabria sempre all’orizzonte e le lunghe estati passate in spiaggia, ha costruito la propria vita da adulto al Nord. Ma le radici sono lì, nello stesso paese dove solo un mese fa il ciclone Harry portava distruzione. E ad Alì Terme da ieri non si parla d’altro.
Un paese smarrito e incredulo
"La sensazione di tutti noi è di assoluta incredulità, smarrimento”, racconta un amico storico di Cinturrino. Nella compagnia “di giù” sono tutti appartenenti alle forze dell’ordine, “parlare di lavoro tra di noi è normale”. Carmelo Cinturrino, dopo gli studi, era stato Volontario in ferma breve in Marina, poi il concorso in Polizia e il trasferimento a Milano. Aveva lasciato ad Alì una famiglia perbene: mamma, papà, sorella. Tutti concordano: una famiglia dai valori solidi.
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"Ti rendi conto di conoscere una persona in un certo modo e poi emergono fatti, tutti ancora da accertare, che stridono completamente con quello che pensavi di sapere”, prosegue l’amico. “Carmelo è un ragazzo educato, a modo, una vita normalissima, nessun lusso. Un mese fa era qui, il solito Carmelo. Noi lo conoscevamo come un bravissimo poliziotto, sapevamo anche del premio che aveva ricevuto. Tutto questo fango, tutti questi rapporti opachi, legati a testimonianze sulla cui affidabilità andrei con i piedi di piombo, ci hanno lasciato senza parole. D’altro canto, se la Procura è arrivata al provvedimento di fermo, significa che ad oggi alcuni indizi gravi ci sono”.
Proprio stamattina Cinturrino ha fatto sapere di essere “tristissimo e pentito di ciò che ha fatto''. Lo ha detto l'avvocato Piero Porciani, suo legale difensore, arrivando questa mattina al carcere milanese di San Vittore dove da ieri il poliziotto è recluso e dove questa mattina alle 11 l'agente è stato sottoposto all’interrogatorio di convalida. Cinturrino, spiega il legale, ''ha ammesso le sue responsabilità, è pentito soprattutto della fase successiva'' di come si sono svolti i fatti, ma sostiene di aver sparato ''perché ha avuto paura''. E sa che ''quello che è stato fatto dopo da lui e dai suoi colleghi è uno sbaglio''.
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“Fa male la gogna mediatica”
In effetti, quello dell’amico dell’assistente capo non è innocentismo a tutti i costi (“se verrà accertato che ha sbagliato, pagherà com’è giusto che sia, siamo tutti persone di legge”): quello che fa male, in paese, è la gogna mediatica. “Tutta questa vicenda purtroppo si è inserita in un contesto molto particolare nel nostro Paese, siamo in piena campagna referendaria e questa storia è stata usata prima in un senso poi in un altro. Questa è la sensazione che ha tutto il paese”.
“Noi crediamo a Carmelo fino a prova contraria e gli siamo vicini come amici. Se ha sbagliato è giusto che sconti la sua pena, dopo aver affrontato il processo, ma di certo sta vivendo un momento molto difficile, dipinto come un mostro della malavita”.
Il riferimento è alla ricostruzione di una specie di seconda vita di Cinturrino: non solo quella alle Volanti del commissariato Mecenate, che ha competenza sulla zona che ruota attorno all’ex boschetto dell’eroina di via Sant’Arialdo, una vita da orgoglioso sbirro di frontiera, con la fama da duro e sempre operativo. L’altra vita, quella di “Luca”, il presunto soprannome di Cinturrino in una rete di relazioni borderline fatte di soldi che alcuni pusher italiani verserebbero per poter smerciare dosi al dettaglio senza timore di blitz o controlli. Accuse tutte da riscontrare, in un vortice di veleni che da poco meno di un mese si sta concentrando sul poliziotto che ha sparato in via Impastato. “Non è il Carmelo che conosciamo. Parlo a nome di tutti gli amici, siamo davvero vicini a lui e soprattutto alla sua famiglia che starà soffrendo forse più di lui”.
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