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Perché il calcio non è più uno sport popolare. La rivoluzione della Germania (snobbata) e il senso del pallone a fianco al cuscino

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01.04.2026

La formazione azzurra prima di Bosnia-Italia a Zenica (Ansa)

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Roma, 1 aprile 2026 – “Tutto comincia in strada”. L’ha scritto Johann Cruyff, nel primo capitolo del suo libro Fùtbol Mi filosofia. Ma tra le strade italiane e sempre più spesso anche nei cortili si fa davvero fatica a trovare un pallone (o qualcosa che gli assomiglia) che rotola. Sì, il calcio un tempo ero uno sport popolare, anzi il più popolare anche in un Paese come il nostro che ha costruito tradizione e successi (quattro mondiali vinti) con bambini che avevano iniziato dribblando le auto in sosta e in movimento, calciando palloni contro i pali della luce, per poi arrivare a mettere piede in stadi con centinaia di migliaia di spettatori, senza che tremassero le gambe al momento di saltare l’avversario o di calciare un calcio di rigore.  Probabilmente Francesco De Gregori difficilmente scriverebbe ora una nuova leva calcistica, perché "terra e polvere che tira vento” se ne vedono sempre meno, tanto che l’altra sera di fronte allo stadio di Zenica - che sembrava un campo di patate più che uno di calcio – ci siamo sorpresi fino quasi a scandalizzarci. Ci sembrava impensabile che esistesse ancora un campo in quelle condizioni e con attorno allo stadio un intero quartiere residenziale, che dalla finestra di quello del terzo piano potevi vedere la partita senza pagare il biglietto. Che è successo in questi vent’anni al calcio italiano? Un ventennio sfascista per uno sport che oltre a essere popolare, era anche nel nostro Dna.

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La nazionale degli oriundi

All’indomani della vittoria nella finale degli Europei 2021 (lì ai rigori andò bene) contro l’Inghilterra, prestigiosi giornali inglesi si chiesero perché l’Italia, in rappresentanza di una società e di un Paese sempre più multietnico, si affidasse solo agli oriundi e non tenesse in considerazione gli italiani di seconda generazione. Un paradosso: perché si va a caccia di eredi di chi lasciò il Paese un secolo fa (e quindi c’è il dubbio che il cordone ombelicale sia meno forte) senza invece prendere in considerazione cittadini di origine straniera che nel Paese ci vivono (il 2,3% della popolazione, dati 2023).

L'Italia campione d'Europa a Londra nel 2021 (Ansa)

La rivoluzione della Germania 20 anni fa

Una domanda la cui risposta può affondare nella legislazione (a parte ovviamente il discorso del passaporto sportivo) ma sarebbe comunque una risposta riduttiva. Incompleta e forse anche sbagliata. Mentre noi vincevamo il nostro ultimo Mondiale, la Germania scottata dalla sconfitta in seminale contro di noi, avviava con Lowe cittì la prima e vera grande rivoluzione: andando a costruire la Nazionale del futuro con i tedeschi di seconda generazione (non solo quelli che erano nati in Turchia, ma allargando inevitabilmente la platea).

Questo accadeva vent’anni fa, nel frattempo altro che seconda generazione molte Nazionali sono arrivate ad affidarsi già alla terza generazione: guardate il Belgio, la Francia e anche la stessa Svizzera che ci ha ridicolizzato agli ultimi Europei.

Joachim Lowe e Jerome Boateng (Ansa)

Come è cambiato l’approccio al pallone

È forse questa l’unica soluzione per rivitalizzare quello che un tempo si chiamava movimento calcio o addirittura la base? Certo che no, anche se l’essere riconosciuti, se poi si hanno le potenzialità sportive, come parte del Paese aiuta. Sicuramente bisogna interrogarsi da un punto di vista quantitativo (l’Italia del calcio rispetto anche alle Italie degli altri sport è l’unica che non ha seguito questa direzione) e anche da un punto di vista qualitativo. E qui si entra in un altro campo, evitando di fare sociologia spicciola. Ma è necessario chiedersi perché un tempo un ragazzino di 10-11 anni andava a dormire con il pallone di fianco al cuscino, scendeva in strada per giocare a oltranza e i duelli (non solo sportivi, ma anche quelli cui la vita ti mette di fronte) li sapeva poi affrontare anche su un campo da calcio.

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La privatizzazione di fatto degli impianti sportivi

E allora ritorniamo alla massima di Crujff: “Tutto comincia in strada". E forse davvero anche se di palloni ne vediamo rotolare sempre meno in periferia, come nei parchi pubblici (dove nel frattempo per una questione di decoro sono spuntati i cartelli che vietano il pallone), qualcosa in strada ancora comincia. Ma poi finisce lì, perché l’altro ragionamento riguarda una società che è cambiata da chi la popola, ma anche nelle sue istituzioni definiamole laiche. Non c’è bisogno di scomodare l’oratorio e altri luoghi di aggregazione. Basta invece soffermarsi sulle scuole calcio e la disponibilità di impianti sportivi, si è assistito negli ultimi anni a una privatizzazione di fatto. Si è pensato che fossero dei laboratori per costruire i campioni del futuro, si è contabilizzato il tutto: le tariffe comunali per gli impianti che salgono, un prezzo d’ingresso più o meno alto da sostenere per le famiglie che decidono di mandare a giocare a pallone il proprio figlio.

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Uno sport che ha escluso gli strati popolari

Le conseguenze? Una grossa fetta della popolazione è stata costretta a tirarsi fuori. Il calcio in Italia è diventato quasi per contrappasso sempre meno popolare perché ha escluso in larga parte gli strati popolari: spesso rappresentati dagli italiani di seconda generazione che hanno un accesso più facile ad altre discipline sportive e le scelgono. E se nel passato erano i quartieri, le periferie dai campi polverosi in cui si faceva fatica a riconoscere le linee di fondo, ma in cui s’osava l’impossibile alla ricerca della realizzazione di un sogno erano un serbatoio ininterrotto di giovani promesse e talenti che poi si perdevano anche, ora tutti quei luoghi sembrano così lontani dall’accesso a uno sport che più che salvare il Paese, potrebbe anche salvare o solo migliorare delle vite.

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