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Perché il calcio non è più uno sport popolare. La rivoluzione della Germania (snobbata) e il senso del pallone a fianco al cuscino

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01.04.2026

La formazione azzurra prima di Bosnia-Italia a Zenica (Ansa)

Per approfondire:

Articolo: Italia fuori dai Mondiali: Gravina peggio di Fantozzi, ma cacciarlo non basta. Il racconto di Zoff e i versi di Shakespeare per capire (e ripartire)Articolo: Palestra, Ndour e Koleosho: i giovani talenti da cui la Nazionale può ripartireArticolo: Disfatta Italia, Giacomel contro Gravina: “Se il calcio è professionismo, allora Sinner è amatore”

Roma, 1 aprile 2026 – “Tutto comincia in strada”. L’ha scritto Johann Cruyff, nel primo capitolo del suo libro Fùtbol Mi filosofia. Ma tra le strade italiane e sempre più spesso anche nei cortili si fa davvero fatica a trovare un pallone (o qualcosa che gli assomiglia) che rotola. Sì, il calcio un tempo ero uno sport popolare, anzi il più popolare anche in un Paese come il nostro che ha costruito tradizione e successi (quattro mondiali vinti) con bambini che avevano iniziato dribblando le auto in sosta e in movimento, calciando palloni contro i pali della luce, per poi arrivare a mettere piede in stadi con centinaia di migliaia di spettatori, senza che tremassero le gambe al momento di saltare l’avversario o di calciare un calcio di rigore.  Probabilmente Francesco De Gregori difficilmente scriverebbe ora una nuova leva calcistica, perché "terra e polvere che tira vento” se ne vedono sempre meno, tanto che l’altra sera di fronte allo stadio di Zenica - che sembrava un campo di patate più che uno di calcio – ci siamo sorpresi fino quasi a scandalizzarci. Ci sembrava impensabile che esistesse ancora un campo in quelle condizioni e con attorno allo stadio un intero quartiere residenziale, che dalla finestra........

© Il Giorno