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Quando la pubblicità era leggenda: "Non sapevo cosa fosse una cinepresa. Eppure portammo il cinema negli spot"

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05.04.2026

Massimo Lopez nello spot del condannato che si “allunga la vita“ con l’ultima interminabile telefonata

Per approfondire:

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Milano – "Ho iniziato la mia storia in un’agenzia internazionale come account excutive, ma i tempi più belli li ho affrontati successivamente come partner in Filmmaster. Non avevo alcun bagaglio tecnico, non distinguevo una macchina da presa da una lavatrice, ma mi distinguevo in pre-production meeting parlando di comunicazione e marketing così da lasciare i clienti affascinati dal mio linguaggio, meno tecnico ma più efficace". Giorgio Marino, imprenditore milanese, è tra i fondatori insieme a Sergio Castellani e Stefano Coffa - nel 1976 - di “Filmmaster”, una delle più importanti case di produzione a livello internazionale che ha facilitato il passaggio dalla “réclame” all’advertising. Ha realizzato molti spot entrati nell’immaginario collettivo: dall’"uomo in ammollo", col celebre jazzista Franco Cerri, alle campagne-tormentone sulla "telefonata che allunga la vita" o "dove c’è Barilla c’è casa", al "du gust is megl che uan" con un giovanissimo Stefano Accorsi. Marino fu anche uno dei primi a puntare su registi italiani come Panini, Lucini, Brugia, ma con un occhio a registi del cinema del calibro di Fellini, David Lynch, Sorrentino, Genovese.

Giovanni Marino

Avete immerso Franco Cerri nell’acqua per Bio Presto...

"È stata la prima pubblicità rimasta memorabile nel tempo. Dovevamo scegliere una faccia importante che identificasse “l’uomo in ammollo”. Per caso abbiamo incontrato Cerri, un jazzista famoso, elegante e raffinato, che non era a suo agio immerso fino al petto in una vasca di vetro con una cintura da sommozzatore per non salire a galla, seduto su uno sgabello, dato che gli effetti speciali allora non erano ancora praticabili. Però ha conquistato il pubblico".

“Dove c’è Barilla c’è casa”.

"Gavino Sanna ha creato la campagna Barilla, i cui film abbiamo prodotto con regie “blasonate” del calibro di Barry Kinsman (montatore di Ridley Scott) o Norman Griner e la musica di Vangelis. Erano spot intelligenti, in cui il prodotto entrava in campo con una originale credibilità e fantasia".

Franco Cerri

Avete portato il grande cinema nella pubblicità. Addirittura Fellini...

"Fellini è stato seguito dal mio socio romano, Sergio Castellani, per la Banca di Roma. Un bellissimo spot “felliniano“ ma non realizzato seguendo i canoni dell’advertising moderno".

Cosa mi dice di David Lynch, Nikita Michalkov, Sorrentino...

"Con questi registi si realizzano sempre degli ottimi film griffati. Tuttavia ho un rammarico. L’Italia è uno dei Paesi che spende maggiormente per i testimonial e i registi famosi, mentre all’estero sviluppano una maggior creatività al di là della presenza di un attore o della firma di un regista famoso".

Com’è andata con Maurizio Nichetti e Mario Battistoni, direttore della fotografia?

"È stata una bella esperienza. Era per uno spot di dolciumi, Nichetti è un personaggio unico, e la sua unicità l’ha dimostrata nel cinema. Aveva quell’aspetto surreale, ricordo come testimonial Angela Finocchiaro. Con Mario c’è una stima reciproca credo inossidabile, se la tirava un po’, ma era sempre sul pezzo".

Ha prodotto il primo format di pubblicità seriale, con la “telefonata che allunga la vita” al condannato a morte interpretato da Massimo Lopez per Telecom, che all’epoca si chiamava ancora Sip. Di recente è tornato in onda.

"L’avevamo girato noi con Armando Testa e Mauro Mortaroli, direttore creativo. Per questa nuova edizione non ci hanno neanche avvisati, l’abbiamo visto casualmente durante l’evento di chiusura delle Olimpiadi a Verona, organizzato dalla nostra società di eventi con la direzione creativa Alfredo Accatino e Adriano Martella. Ho pensato: “È andato in onda per sbaglio”".

Un bel ricordo dal set?

"Una serie di spot che ha avuto come protagonista Julia Roberts per la campagna Calzedonia. Sul set, durante le pause, lavorava a maglia".

Cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale?

"Penso sia un surrogato comodo ed economico che tuttavia toglie spazio alle intuizioni creative che rendono uniche le campagne ed i relativi spot".

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