Strage di piazza della Loggia, la pista veronese e il sopralluogo: “L’hanno progettata qui”. Ecco dove avvenivano gli incontri fra servizi e neofascisti
Un'immagine dei momenti successivi alla strage di piazza della Loggia il 28 maggio 1974
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Una delle otto vittime dell'attentato del 28 maggio 1974; ci furono anche 104 feriti
La spia doppiogiochista
Ieri la Corte, presieduta da Roberto Spanò, presenti la pm Caty Bressanelli, il procuratore Silvio Bonfigli, gli avvocati delle parti civili con Manlio Milani, il difensore di Zorzi, Stefano Casali - con al seguito il suo consulente Andrea Manfredi - è stata in trasferta a Verona. Tre ore abbondanti di udienza fuori sede per vedere con i propri occhi che cosa sostiene di aver visto negli anni ‘70 Giacomazzi, la biondina fidanzata del neofascista bresciano Silvio Ferrari. Il sodale dei veronesi, Ferrari. La spia doppiogiochista per il controverso ex capitano dei carabinieri Francesco Delfino, i vertici del Sid, gli americani della Ftase, la Questura di Brescia, saltato misteriosamente in aria nove giorni prima della strage, dilaniato da una bomba che trasportava in Vespa. Giacomazzi ha raccontato che Ferrari in quei palazzi si recava di frequente.
La prima pagina de Il Giorno sulla strage di piazza della Loggia
Gli incontri riservati
E lei andava con lui, come spettatrice e garante. Ferrari partecipava a incontri riservati con, tra gli altri, stando all’accusa e alla teste, Delfino, il generale del Sid Angelo Pignatelli, Toffaloni. E prendeva incarichi. Per esempio a Parona, dove sarebbe stato deciso di fargli piazzare una bomba nel locale bresciano Blue Note inviso ai ‘neri’, perché frequentato da gay e prostitute. Bomba che poi gli esplose tra le gambe. Incaricata di custodire fotografie scomode scattate proprio dal fidanzato, a lungo minacciata e incarcerata per depistare le indagini sull’eversione nera, la ragazza della pizzeria Ariston di Brescia avrebbe iniziato a raccontare la verità solo al colonnello Massimo Giraudo, che per oltre 12 anni ha indagato per la Procura di Brescia. Nelle sue oltre 40 deposizioni ha rivelato di quella caserma lungo l’Adige, con una sala riunioni in un seminterrato che prendeva luce da finestre basse. La caserma nel 2016 è stata ristrutturata, ma il seminterrato e le finestrelle sono ancora lì.
Ombretta Giacomazzi, che all’epoca della strage, aveva 16 anni in aula ha confermato di avere avuto paura e di essere stata spinta a fare nomi di innocenti
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La Vespa parcheggiata
Così come la stradina che permetteva un accesso dal retro (e a confermarlo ci sono le testimonianze di due vicini, Adriana Bertaso e Umberto Mottinelli, raccolte ieri dalla Corte). Stride solo la presenza di una recinzione, che la teste non ricordava. Ricordava però il centrale e antico palazzo Carli, oggi sede del Comando delle forze terrestri dell’esercito, l’accesso laterale con la sbarra abbassata, la fontana vicino a cui Ferrari parcheggiava la Vespa, la scala con l’accesso al piano superiore per gli uffici della Ftase.
Un interno del prestigioso palazzo Carli in centro a Verona
E poi c’era il quinto piano dello squadrato palazzone di via Montanari, ex casa del Sid, oggi Inps. Molti riscontri, che però il difensore di Zorzi, avvocato Casali, stigmatizza, e che interpreta come un ulteriore punto a favore dell’inattendibilità della teste. «Non dimentichiamo inoltre che Zorzi in questo posti non c’è mai stato”.
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