Meloni: “La giustizia funziona male. Delmastro? Leggero, ma temo una manina” /
La premier Giorgia Meloni a Cinque Minuti
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ospite di ’Speciale Tg La7’ condotto da Enrico Mentana
La condanna si ferma qui: per il resto la premier, in completo chiaro e assetto da battaglia, fa di nuovo scudo. Almeno per ora: “Non l’ho ancora sentito. I fatti dicono che ha acquistato quote di un ristorante con soci incensurati e che, non appena scoperti i problemi giudiziari del padre di uno di loro, si è affrettato a vendere”. Sia ben chiaro, chiosa: “Se la questione fosse più ampia, la magistratura farà il suo corso”. Che il “fattaccio” sia un guaio è innegabile, ma non tutto il male viene per nuocere: in questo caso permette un tentativo di contropiede. Difficile credere che la notizia sia arrivata per coincidenza a poche ore dall’apertura delle urne, e la premier cavalca il sospetto: “Se ci fosse stata una manina pronta a tirar fuori questa cosa, gli italiani sapranno valutare”.
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D’altronde, in questa campagna ogni fatto di cronaca è stato trasformato in arma di propaganda. Meloni insiste su Garlasco e si accalora quando Mentana le chiede se la vicenda sia pertinente al referendum: “Lo è, perché evidenzia magistrati che non avevano fatto bene il proprio lavoro. È sempre il tema del malfunzionamento del sistema”. Una logica applicata a tutto, dalla nera alla politica, anche quando il clima si fa luttuoso: il ricordo di Bossi aleggia in queste ore e le esequie del Senatur, a cui la premier parteciperà domani, potrebbero proiettare un qualche riflesso nelle urne. Nel merito, Meloni non ci sta ad accreditare la tesi — sostenuta anche da autorevoli alleati come la senatrice Giulia Bongiorno — secondo cui la riforma della giustizia non incida sulla rapidità dei processi: “Nessun’altra norma potrà migliorare il sistema come questa”, spiega a Bruno Vespa, ospite di Cinque Minuti. Già che si trova, tenta di ribaltare il cavallo di battaglia del No, ovvero il rischio di assoggettare le toghe al potere esecutivo: la realtà secondo Giorgia è l’esatto opposto. “Noi togliamo il controllo della politica”.
La sinistra ha tentato di buttarla in caciara, e c’è stato qualche fallo di reazione da parte nostra
Per dimostrare che il testo è all’avanguardia, sventola una cartina dell’Europa punteggiata di verde nei numerosi Stati dove vige la separazione delle carriere: “Una volta che voglio essere europeista io, non si può fare?”. E rilancia: “In alcuni casi i pm sono nominati dal governo, principio che non introdurrei mai”. Poi ammette che il livello dell’agone è stato rasoterra e che la sua squadra ci ha messo del suo, ma solo perché provocata: “La sinistra ha tentato di buttarla in caciara, e c’è stato qualche fallo di reazione da parte nostra”.
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Una cosa però la premier ci tiene a ripetere: non vede riflessi sul governo. “Nessun contraccolpo, la maggioranza è solida a differenza dell’opposizione”. Infine, avverte che la sfida è tra chi vuole difendere lo status quo e chi vuole modernizzare il Paese. Indubbiamente, il ruolo da protagonista assoluta che Giorgia ha deciso di assumere in quest’ultima settimana aveva un duplice obiettivo: risollevare le sorti di un Sì che pareva destinato ad arretrare inesorabilmente, mettendo sul piatto il peso della sua popolarità, e depotenziare la prova dal suo significato politico. Quanto le sia riuscita la prima scommessa lo sapremo lunedì alle 15; sulla seconda, invece, ha già fatto centro: nessuno pensa più che una crisi di governo dopo il No sia possibile.
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