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Colloqui discriminatori e molestie di ogni tipo: Milano da medioevo sui luoghi di lavoro

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27.02.2026

Una manifestazione per i i diritti delle donne sul lavoro che spesso rimangono solo sulla carta

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Milano, 27 febbraio 2026 – La discriminazione parte dai colloqui di lavoro, con domande che indagano non sulle competenze ma sui progetti di vita della candidata: “Ha una relazione stabile? Ha figli o pensa di averne in futuro?”. Passa dal demansionamento e dall’esclusione dalle attività aziendali al rientro dalla maternità. Arriva all’incubo delle molestie sessuali sul lavoro, con lavoratrici considerate come “prede” da colleghi maschi, quasi sempre in ruoli gerarchicamente superiori o in posizioni apicali.

Un triste spaccato del mondo del lavoro milanese, realtà dietro la facciata di buoni propositi, campagne istituzionali e politiche aziendali contro il divario di genere, che emerge dalle segnalazioni ricevute nell’anno appena trascorso dalla Consigliera di parità della Città metropolitana di Milano, Barbara Peres. Figura istituita nel 1991 per “promuovere i principi di uguaglianza nel mondo del lavoro” e intervenire in casi di discriminazione, molestie o violenza. Nel 2025 sono stati trattati 86 casi, quasi un raddoppio rispetto ai 58 gestiti l’anno precedente, a partire da un primo contatto delle vittime all’indirizzo email consiglieradiparita@cittametropolitana.mi.it attraverso il sito internet dedicato.

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Abusi fuori dai radar

Si tratta solo della punta dell’iceberg, perché la stragrande maggioranza degli abusi resta fuori dai radar e, per paura di conseguenze, resta coperta dal silenzio. Delle segnalazioni ricevute nel 2025, 74 sono state presentate da donne e 12 da uomini. Di tutte, solo quattro sono state archiviate poiché “non configuravano condotte di carattere discriminatorio”. Dai casi trattati emerge una panoramica a 360 gradi su luoghi di lavoro da incubo, già nella fase del colloquio. Dalle donne in gravidanza che non sono state considerate neanche per lavori di breve durata, perfettamente compatibili con le loro condizioni, alle domande discriminatorie che indagano sui progetti di vita e sulla volontà di creare una famiglia.

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Sono stati seguiti dieci casi relativi alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, con arbitraria imposizione di orari e turni, in alcuni casi solo notturni, e due relativi alla revoca dello smart working, nonostante la presenza di accordi aziendali. Per quanto riguarda più strettamente la discriminazione di genere sono stati gestiti otto casi di demansionamento dopo il congedo di maternità; un caso di gender pay gap (divario salariale di genere) a parità di competenze e di giorni di assunzione; sette casi nei quali le protagoniste manager sono state escluse dalle attività aziendali, da processi decisionali e riunioni, a causa o a seguito della maternità.

Molestie sessuali e razziali

Dieci le molestie di carattere sessuale, tutte segnalate da donne. In un paio di situazioni è emersa la “sussistenza di un’organizzazione aziendale di fatto discriminatoria”, mentre sono emersi anche sei casi di discriminazione multiple, “dove la vittima è stata anche oggetto di razzismo o di intolleranza della sua disabilità”. Episodi che vengono trattati caso per caso, intervenendo con consulenze alla vittima, tentativi di mediazione con l’azienda o il coinvolgimento dei sindacati.

Sulle molestie sessuali sul lavoro cala un velo di silenzio: in tutti i casi le aziende puntano a raggiungere un accordo con la vittima, spinta a lasciare l’impiego in cambio di un risarcimento. Evitano, così, l’apertura di indagini penali, quando la vittima sporge denuncia in Procura, e il rischio di cause in Tribunale.

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