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Decostruire il mito di Milano, città simbolo della contemporaneità apolide (e davvero imbruttita)

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22.07.2026

Neppure gli scandali urbanistici del 2025 hanno scalfito il mito di Milano. Nemmeno i prezzi alle stelle che la caratterizzano. Perché il capoluogo lombardo non è più soltanto una città. È diventata un precetto morale, una pubblicità a cielo aperto. Il modello imbruttito (sia consentita la citazione “pop”) davanti al quale il resto d’Italia dovrebbe sentirsi in colpa, stretto nella morsa di un complesso di inferiorità. Milano corre, produce, innova, fattura. Milano costa. Milano non aspetta nessuno. E proprio per questo, ci viene spiegato ormai da anni, rappresenterebbe il futuro: la metropoli globale nel cuore del Paese dei campanili. Ma, come ogni culto, anche quello di Milano ha i suoi dogmi e ogni dogma impedisce di porre la domanda più semplice: correre, già, ma verso dove?

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

Naturalmente esiste ancora una Milano reale, quella fatta di quartieri vissuti da famiglie, anziani, associazioni, artigiani e memorie. Una città assai più complessa della caricatura luccicante proiettata negli eventi business e sui social network. Il problema non è Milano, dunque, ma il suo mito: l’idea che una metropoli interamente subordinata ai ritmi del mercato costituisca il punto più alto dell’evoluzione civile. Nel racconto prevalente, il milanese ideale non appartiene a nulla. Abita temporaneamente in una casa che non sarà mai sua, svolge un lavoro che potrebbe cambiare domani, frequenta persone selezionate in base alle occasioni professionali e consuma esperienze destinate a essere sostituite nel giro di una stagione. Mangia cibo portato da uno sconosciuto, incontra partner attraverso una piattaforma, si allena davanti a uno schermo e chiama “rete” una rubrica piena di contatti ai quali non chiederebbe mai aiuto nel cuore della notte.

Tutto è disponibile, nulla è vicino. Tutto è connesso, nulla è legato. Tutto è........

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