La burocrazia strangola gli atenei italiani, ma alla politica pare non interessi
Sinistra e destra hanno introdotto la terrificante “valutazione della qualità”, l’Anvur, l’abilitazione scientifica nazionale e concorsi bizantini. Chi insegna può arrivare a passare un terzo del suo tempo in attività consuntive che partoriscono montagne di documenti pretestuosi
Processo ai voti in una scuola tutta calcolo e registro elettronico
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L'università di massa non democratizza il sapere. Alimenta la mediocrità
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Salvate il classico! Studenti in calo, liceo a picco: una tragedia, perché è la miglior scuola del mondo
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La burocrazia delle università americane è diversa dalla nostra. L’amministrazione è ridotta all’osso e i professori non devono rendicontare in modo micragnoso ogni attività o iniziativa, come invece accade in Italia. Da noi le università contano in media il 40 per cento di personale tecnico-amministrativo. Nei campus degli Stati Uniti la quota di non docenti è spesso ancora più alta, ma consiste in gran parte di coordinatori per la diversità, l’equità e l’inclusione (“Dei”), psicologi per gli studenti, responsabili per la sostenibilità ambientale e figure simili. Alcuni fanno lezione su razzismo, questioni di genere e colonialismo, e organizzano sessioni periodiche per tutto il personale su come riconoscere i propri pregiudizi inconsci. Trump ha cercato di mettere un freno all’espansione del settore dichiarando illegali i programmi “Dei” nelle università finanziate con fondi federali. Le università hanno risposto cambiando l’insegna sulla porta: l’ufficio “Dei” di Ucla si chiama ora “Office of inclusive excellence”. Il personale è lo stesso, e in gran parte anche il budget. Così, aggirando i divieti, la burocrazia accademica ha vinto il primo round del match contro il presidente.
Almeno, però, da quelle parti esiste una dialettica tra politica e università. In Italia il gonfiamento burocratico degli atenei è il risultato di una serie di riforme convergenti e supportate anche dalle vittime. Sinistra e destra hanno introdotto la terrificante “valutazione della qualità”, l’Anvur, l’abilitazione scientifica nazionale, concorsi bizantini, e un’intera costellazione di sistemi di controllo sulla vita di professori e studenti. Tutte le volte le università sono scattate sull’attenti battendo i tacchi e poi ci hanno messo del loro, moltiplicando le commissioni interne in cui i docenti sottraggono ore alla ricerca e all’insegnamento per compilare schede e giustificare su piattaforme digitali ogni scelta, sempre in nome della “trasparenza”, che poi significa sorveglianza. Chi insegna può arrivare a passare un terzo del suo tempo in attività consuntive che partoriscono montagne di documenti pretestuosi.
C’era una volta in parlamento il partito trasversale dei professori. Oggi il disinteresse degli onorevoli per la piovra burocratica che strangola le università è totale. L’unico che alle ultime politiche ha provato a dire qualcosa fu Calenda, il cui programma accennava al problema. Per il resto, non esiste partito o leader disposto a contestare la rete di corvée nella quale i professori si trovano impigliati. I battibecchi più accesi riguardano i finanziamenti, che i governi tagliano e le opposizioni chiedono di aumentare. Senza mai domandarsi quante risorse vengano assorbite da una burocrazia della valutazione che produce solo danni, e che potrebbero invece finire nella ricerca o nei contratti per i giovani. Negli Stati Uniti almeno qualcuno ha provato a fare ordine, sia pure goffamente. Da noi nessuno sa dove mettere le mani, e soprattutto nessuno sembra volerlo.
