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Blocco dei social ai minori: non si vince solo con i divieti

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17.04.2026

Nelle ultime settimane il dibattito pubblico sui social media e i minori ha raggiunto un'intensità che non si vedeva da tempo. L'Australia è diventata il primo paese al mondo ad approvare un divieto per gli under 16, seguita dalla Francia con una legge analoga. Il Parlamento europeo, con una risoluzione approvata a larga maggioranza, ha chiesto di fissare a 16 anni l'età minima per accedere alle piattaforme social, e la presidente von der Leyen ha annunciato un'app per la verifica dell'età. In Italia, un disegno di legge giace fermo al Senato da mesi, mentre le statistiche segnano i loro dati impietosi: un minore su quattro mostra comportamenti assimilabili alla dipendenza digitale, e il 78% degli adolescenti controlla il proprio dispositivo almeno una volta all'ora e i genitori mettono gli strumenti web nelle mani dei loro figli in età precocissima.

Di fronte a questa emergenza, la risposta delle istituzioni è comprensibile. Anzi, è doverosa. I dati ci dicono che nei sentimenti e nei comportamenti conseguenti ci sono aspetti troppo preoccupanti, e chi ha responsabilità politiche non può trascurarlo. E chi si occupa di pedagogia, di educazione come fatto costitutivo dell'essere umano, pone alcune domande che rischiano di andare perdute nel rumore di fondo del dibattito.

La legge basta? Il divieto è sufficiente?

Nei miei anni di ricerca sulla vita emotiva degli adolescenti, ho imparato una cosa fondamentale: che i ragazzi non si formano per interdizione, ma per relazione. La pedagogia, almeno quella che ha radici profonde nel pensiero dei grandi educatori, da Pestalozzi a Don Milani, da Maria Montessori a Paulo Freire, non ha mai creduto che il "non fare" fosse una risposta educativa completa. L'educazione è sempre un "fare con", un accompagnamento, un esercizio condiviso di senso. Non possiamo trascurare la gravità del problema. Le ricerche più recenti, e quelle che abbiamo condotto anche nell'ambito dell'Osservatorio Giovani, restituiscono un quadro che preoccupa profondamente. Gli adolescenti di oggi, quelli che si trovano tra le Generazioni Z e Alpha (la prima nata interamente nel XXI secolo e cresciuta con gli smartphone, i tablet e l'intelligenza artificiale come elementi del paesaggio quotidiano fin dalla primissima infanzia, non strumenti scoperti da adulti, ma ambienti nativi), mostrano spesso una condizione paradossale: sono sovraesposti alle emozioni, eppure emotivamente analfabeti. I più piccoli siano più vulnerabili agli impatti negativi. I dati europei confermano: aumentano ansia, depressione, disturbi del sonno. Vivono in un flusso continuo di stimoli, like, notifiche, scroll infiniti, senza avere gli strumenti per interpretare quello che sentono. Nei miei studi sull'educazione alla vita emotiva, questa condizione l'ho definita una sorta di "eccesso di rumore interiore senza ascolto": si prova tutto, si comprende poco, non si elabora quasi nulla.

Non siamo più nel campo delle opinioni: siamo nel campo delle evidenze. E tuttavia, proprio partendo da queste evidenze, occorre fare un passo in più.

Perché il divieto da solo rischia di essere una risposta giusta ma insufficiente. O meglio: giusta come misura di protezione immediata, insufficiente se non elaborata in progetto educativo di lungo periodo. Vietare i social ai minori di 14 o 16 anni senza costruire parallelamente un'alfabetizzazione emotiva e digitale è come vietare il fuoco senza insegnare mai ai ragazzi a conoscere la fiamma. Prima o poi, il fuoco lo incontreranno. E se non sanno come stare in relazione con esso, i rischi raddoppiano. Escludere il sapere dei sentimenti, impoverisce la dimensione relazionale, la reciprocità, la cura dei della vita emotiva.

La questione che la pedagogia pone non è "si può o non si può usare la piattaforma", ma "che cosa accade dentro un ragazzo quando la usa, come vive quella esperienza, chi lo accompagna nell'interpretarla o nel farne un uso corretto nei modi e nei tempi". L'agire educativo non è mai solo normativo: è relazionale, è affettivo, è generativo. Riguarda la qualità del legame tra adulti e giovani, la capacità degli adulti di essere presenti, davvero presenti e responsabili, nel mondo che i ragazzi abitano.

Il rischio che temo in questo dibattito è che il divieto diventi un alibi. Che la legge rassicuri gli adulti, genitori, insegnanti, politici, e li esenti da una responsabilità più profonda: quella di educare, di stare, di accompagnare. "È compito dei genitori, non dei social media, educare i figli", ha detto von der Leyen. Giusto. Ma allora la domanda che segue è: stiamo mettendo i genitori nelle condizioni di assumere la loro responsabilità educativa? Stiamo formando gli insegnanti per questo? Stiamo investendo nelle comunità educative, famiglie, scuole, servizi, come luoghi dove si impara a stare nel mondo, anche nel mondo digitale?

Ma né il "sì" né il "no" alla legge esauriscono la questione della consapevolezza di sé. Perché la questione vera è: dopo la legge, che cosa? Chi educa? Come? Con quali strumenti?

La pedagogia ha una risposta, o almeno, una direzione. Non si tratta di tornare a un mondo analogico immaginario, che non tornerà. Si tratta di ripristinare la centralità della relazione educativa come luogo in cui si costruisce il senso dell'esperienza, la progettualità per il futuro. Si tratta di restituire agli adolescenti quella "competenza emotiva": la capacità di nominare quello che si prova, di tollerare la frustrazione, di abitare il tempo lento del pensiero invece di inseguire la velocità compulsiva dello scroll. Proteggere i minori dai social, con leggi, con limiti di età, con sistemi di verifica, è necessario. Ma proteggere non è educare. E senza educazione, la protezione resta fragile. I ragazzi crescono, le leggi si aggirano, le piattaforme cambiano forma. Recuperare libri, carta e scrittura in corsivo può aiutare a recuperare e sviluppare abilità cognitive ed emotive che si stanno perdendo. Svezia e Norvegia lo stanno già facendo. Solo l'educazione, lenta, paziente, relazionale, forma un soggetto capace di stare nel mondo con libertà e consapevolezza.

Questa è la posta in gioco. Non si vince solo con i divieti.

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