Blocco dei social ai minori: non si vince solo con i divieti
Nelle ultime settimane il dibattito pubblico sui social media e i minori ha raggiunto un'intensità che non si vedeva da tempo. L'Australia è diventata il primo paese al mondo ad approvare un divieto per gli under 16, seguita dalla Francia con una legge analoga. Il Parlamento europeo, con una risoluzione approvata a larga maggioranza, ha chiesto di fissare a 16 anni l'età minima per accedere alle piattaforme social, e la presidente von der Leyen ha annunciato un'app per la verifica dell'età. In Italia, un disegno di legge giace fermo al Senato da mesi, mentre le statistiche segnano i loro dati impietosi: un minore su quattro mostra comportamenti assimilabili alla dipendenza digitale, e il 78% degli adolescenti controlla il proprio dispositivo almeno una volta all'ora e i genitori mettono gli strumenti web nelle mani dei loro figli in età precocissima.
Di fronte a questa emergenza, la risposta delle istituzioni è comprensibile. Anzi, è doverosa. I dati ci dicono che nei sentimenti e nei comportamenti conseguenti ci sono aspetti troppo preoccupanti, e chi ha responsabilità politiche non può trascurarlo. E chi si occupa di pedagogia, di educazione come fatto costitutivo dell'essere umano, pone alcune domande che rischiano di andare perdute nel rumore di fondo del dibattito.
La legge basta? Il divieto è sufficiente?
Nei miei anni di ricerca sulla vita emotiva degli adolescenti, ho imparato una cosa fondamentale: che i ragazzi non si formano per interdizione, ma per relazione. La pedagogia, almeno quella che ha radici profonde nel pensiero dei grandi........
