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Quasi cent’anni dopo Musil siamo ancora senza qualità

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25.03.2026

L’intelligenza è uno sfarzo inutile. Lo è tutte le volte che non salva niente. L’uomo contemporaneo non manca di pensiero. Il problema viene dopo, quando riconosce il degrado, le finzioni, i cedimenti del suo tempo, ma non lascia che questo cambi il suo modo di vivere. L’intelligenza non lo obbliga, non gli chiede una conseguenza.

Musil questo uomo lo aveva già visto in un modo più profondo e più triste dei nostri gesti e delle nostre piattaforme. Aveva capito che esiste un punto in cui la coscienza, invece di dare una forma alla vita, la trattiene.

Ulrich vive lì. Non è stupido, non è cieco, non è vile nel modo in cui lo è chi non vuole capire. È un uomo che sente troppo bene tutte le possibilità. E proprio per questo non riesce più ad affidarsi davvero a una sola.

Nel 1913 Vienna è convinta di essere il cuore della civiltà europea. È colta, sofisticata, sicura del proprio linguaggio. Intanto organizza le celebrazioni di sé stessa, costruisce la Collateral-Aktion, mette insieme commissioni, verbali, riunioni, buone intenzioni, formule. Tutto sembra muoversi. Eppure, già si sente che qualcosa non regge più.

È questo che Musil lascia in eredità, con il suo Vivere nel possibile: l’idea che si possa decadere senza rumore, con eleganza, perfino con intelligenza. Che una società possa continuare a produrre parole alte, analisi fini, coscienze informate, e intanto perdere il punto in cui una parola diventa una scelta.

Noi viviamo esattamente qui. Sappiamo quasi tutto di noi stessi. Sappiamo che i legami si consumano, che la politica si svuota, che la paura viene amministrata, che la tecnica entra nei gesti più intimi, che la guerra è tornata, che la libertà rischia ogni giorno di ridursi a una facoltà di consumo. Lo sappiamo. Lo diciamo. Lo discutiamo con precisione. E poi continuiamo. È questo il tratto più inquietante del nostro tempo: la convivenza perfetta tra la lucidità e l’inerzia.

Non è che manchino i valori. È che sono rimasti morti dentro noi. Libertà, responsabilità, autenticità, coscienza, parole che pronunciamo ancora, ma senza alcuna tensione morale ed etica. Senza il timore di doverne rispondere davvero. Come fossero opinioni che non vogliono consegnare niente e che addirittura facciamo stare bene anche accanto al loro contrario.

E per questo l’uomo contemporaneo ha smesso a poco a poco di sentire vergogna. Ulrich, almeno, quella vergogna la sente. La sua lucidità gli fa vedere troppo chiaramente la distanza tra ciò che comprende e ciò che riesce a essere.

Noi abbiamo imparato a vivere senza farci compromettere da ciò che sappiamo. Chiamiamo complessità ciò che spesso è soltanto riluttanza a scegliere.

È così che l’uomo senza qualità smette di essere una figura letteraria e diventa qualcosa che incontriamo ogni giorno. Non è un mostro, non è un colpevole esemplare. È una creatura familiare. È l’uomo che capisce tutto e aderisce a poco. Che sa stare nel linguaggio del suo tempo, ma non lascia che quel linguaggio gli chieda una presa di posizione. Che sembra presente, sensibile, perfino attento, ma al momento decisivo si ritira di un passo.

Il problema è che una civiltà costruita così può sembrare persino brillante. Può avere cultura, sensibilità, una coscienza pubblica sempre attiva, una capacità infinita di reagire, commentare, indignarsi. Ma non per questo ha sostanza. La sostanza si vede solo quando arriva qualcosa che non consente più di rinviare. Qualcosa che ti costringe a mostrarti non per ciò che sai dire, ma per il pensiero che sai sostenere.

A Vienna quel momento arrivò con la guerra. Arrivò mentre l’impero parlava ancora di sé, si celebrava, si organizzava, si pensava ben saldo. La guerra arriva sempre. Non solo nei confini e negli eserciti. Arriva nelle vite, nelle comunità, nei tempi storici. Arriva quando non basta più capire. Quando bisogna restare, rinunciare, scegliere, pagare. Quando tutto ciò che abbiamo chiamato coscienza deve dimostrare se è ancora una presenza viva oppure solo un lessico d’occasione.

È qui che Musil diventa nostro contemporaneo. Perché ci obbliga a una domanda. Non se siamo intelligenti ma se siamo capaci di sopportare il peso di ciò che abbiamo compreso.

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