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Umani e animali, un amore che nutre e imprigiona: la nuova pièce di Diego Pleuteri

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27.04.2026

Gli animali sono stati spesso protagonisti o comprimari nella letteratura, fin dall’antichità e a tutte le latitudini: miti e divinità con sembianze animali, Esopo, Aristofane, Fedro, La Fontaine in epoca più moderna, poi nel ‘900 gli animali alle prese con la coscienza, con effetto-parodia dell’orrore umano (per esempio “La fattoria degli animali” di George Orwell, o “Cuore di Cane” di Bulgakov) per non parlare dell’inarrivabile Kafka.

Forse sono più sulla scia di “Flush” di Virginia Woolf (dalla prospettiva del cane, si racconta la sua “padrona”, la poetessa Elizabeth Barrett Browning) i tre animali femmina inventati dal drammaturgo Diego Pleuteri in “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti”. Pleuteri (1998) è uno dei migliori nuovi drammaturghi in Italia, oggi anche direttore artistico junior del Teatro Stabile di Torino che produce lo spettacolo, con la regia di Leonardo Lidi (fino al 26 aprile al Teatro Gobetti, poi tour autunnale).

Protagoniste – con giocoso citazionismo ironico – tre creature animali femmine, la pesciolina rossa Wanda (Teresa Castello), la cagnolina Briciola (Marta Malvestiti) e la gatta Luna (Beatrice Versotti). Rimaste in casa, aspettano “Lui”, il proprietario – della casa e dei tre animali – che non torna alla solita ora e questo le getta in una girandola emotiva (ma siamo sempre noi umani a proiettare la nostra psiche sugli animali e antropizzare i loro gesti). Naturalmente – come anche nella trasposizione di Zannoni fatta dai VicoQuartoMazzini – di cui ho scritto qualche giorno fa – questo sguardo umano, il prenderli a metafora di nostre visioni e sentimenti, se in passato ha rivelato sempre un certo grado di antropocentrismo del linguaggio e della coscienza, con le produzioni di nuovi registi, scrittori drammaturghi, si rivela un cambio di paradigma in atto, specie se si pensa all’etologia moderna (alla Konrad Lorenz, ma anche al recentemente scomparso Desmond Morris con la sua “Scimmia nuda” fino agli studi di neuroscienze di Giorgio Vallortigara). Anche l’amore per gli animali rischia di essere solo il lato nascosto dell’antropocentrismo specista.

In ogni caso – per quello che può fare un’opera letteraria e teatrale – Pleuteri non può che adottare l’ironia come forma del dubbio. E infatti il drammaturgo nel suo testo gioca inizialmente proprio con gli stereotipi antropizzanti: gatta Luna si gode la solitudine e gli spazi, cagna Briciola piange, abbaia e attende fedele e felice pensando a ricompense, pesciolina Wanda ha (ovviamente) la memoria cortissima e gira in tondo nella boccia con occhi spalancati. Il tempo passa, lo capiamo dall’intervento di una narratrice (Hana Daneri, seduta tra il pubblico, disposto introno alla scena di Fabio Carpene, ricavata dalla platea svuotata del Gobetti con abiti umani sparsi, inquietanti). Arriva la notte e un nuovo giorno e ancora notte, e per gli animali l’attesa, di ascendenza beckettiana, si fa nostalgia amorosa (“siamo sole?” chiede ossessiva Wanda) e angoscia di sopravvivenza materiale (amiamo gli animali ma li chiudiamo nella prigione domestica: e anche l’amore sa essere “tanto domestico – o addomesticato – quanto crudele” scrive Pleuteri).

Proprio questo giocare con lo stereotipo consente a Pleuteri di raggiungere profondità con ironia, freschezza e leggerezza drammaturgica, portando lo spettatore nella zona ambigua in cui i cervelli animali li viviamo come “specchio neurale” deformato dei nostri. Forse invece, ci dicono i neurologi, per gli animali conta più “l’odore” dell’”amore” come fa dire saggiamente Pleuteri alle sue creature.

La dimensione simbolica del testo è comunque ampia: va dal rapporto col divino/paterno (Briciola/Malvestiti che va ad abbracciare il grande ritratto del suo padrone, come l’attore di Castellucci il grande ritratto del Cristo in “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”) al senso di minaccia di estinzione che si legano alla perdita dell’amato (si ascolta Skeeter Davis cantare più volte la sua “The end of the world”: “Non sanno che è la fine del mondo? È finita quando ho perso il tuo amore”) fin ai comuni sentimenti umani (l’abbandono, la dipendenza affettiva, l’amore assoluto, romantico o incondizionato). Su questo ultimo piano, Pleuteri e Lidi ne fanno anche un esplicito “sequel” del precedente lavoro di Pleuteri, il bellissimo “Come nei giorni migliori” (da non perdere in questi giorni al Teatro Parenti di Milano fino al 2 maggio) e infatti la foto gigante dei due protagonisti di quella pièce, gli strepitosi Alessandro Bandini e Alfonso DeVreese, domina sullo sfondo del Gobetti (Bandini è il “lui” che ha abbandonato non solo “L’Altro-DeVreese” ma anche le tre creature). Anche “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti” come altri spettacoli e libri (l’ultimo “La peggior specie” di Maurizio Torchio, Sellerio) fa parte di un’onda che – tra le altre cose – registra la revisione antispecista del mondo-natura, del nostro ecosistema. Cambio di prospettiva che serve a misurare i limiti di noi umani, prigionieri del nostro pensare per “ragioni e sentimenti” ma come copertura di stupide colpe.

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