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Se la scoperta della scrittura per la faina è una dannazione

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22.04.2026

“Mi devi seppellire scava una grossa buca poi mettici dentro, così fanno gli uomini: si seppelliscono”. È una battuta chiave del romanzo “I miei stupidi intenti”, scritto dal giovane Bernardo Zannoni (uno degli esordi letterari italiani degli ultimi anni più interessanti, pubblicato da Sellerio nel 2021, Premio Campiello) e trasportata nell’adattamento teatrale che ne ha fatto VicoQuartoMazzini (ovvero Michele Altamura e Gabriele Paolocà) per il loro nuovo spettacolo che ha lo stesso titolo, in una drammaturgia che come nel precedente fortunato adattamento de “La Ferocia”, romanzo di Nicola Lagioia (quattro premi Ubu 2025) è stata curata dai due fondatori della compagnia in collaborazione con la dramaturg Linda Dalisi e prodotto da LAC Lugano, Scarti CPTI, Piccolo Teatro di Milano, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova.

Lo spettacolo va al cuore del romanzo, narrando in prima persona la vita di Faina ( che nel romanzo sarebbe Archy: Zannoni aveva dato un nome a tutti gli animali-personaggi). Faina racconta la sua travagliata storia di cucciolo, la ferita a una gamba che lo rende zoppo, la madre che lo vende per una gallina e mezza a Volpe, affarista usuraio, sfruttatore di altri animali, il quale lo prende con sé, trattandolo male, ma poi donandogli il suo “segreto”: possedere “le parole”. Volpe, infatti, è l’intuizione chiave del romanzo, sa leggere e scrivere: la sua (stereotipata) furbizia se ne era impossessata, grazie a una Cagna che a sua volta lo rubò ai padroni umani. Volpe custodisce un “tesoro” ovvero “il Libro”, con la storia di Dio e del suo rapporto con gli........

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