Viviamo più a lungo, ma non viviamo meglio
Immaginate di avere 58 anni e di sapere che, statisticamente, è già finita la parte buona. Non la vita, certo: quella andrà avanti, in media, fino agli 83 anni. Ma la vita in salute, quella senza malattie croniche che limitano l'autonomia, quella in cui si cammina, si lavora, si progetta. Cinquantotto anni è la soglia oltre la quale, in Italia, la maggior parte delle persone inizia a convivere con qualcosa che non guarirà mai del tutto. Venticinque anni di patologie, dipendenze, farmaci. Questo è il vero volto della longevità nel nostro paese. Eppure il mercato ha scelto di venderci tutt'altra storia.
Integratori, test genetici, capsule biometriche, scansioni total body, protocolli di digiuno, cure purificanti: l'industria della longevità vale miliardi e cresce di anno in anno, alimentata da una domanda che ha radici profonde nell'ansia collettiva per il tempo che passa. Il problema, come hanno denunciato i maggiori specialisti italiani riuniti a Roma al convegno Vivere meglio, vivere più a lungo. Opportunità cliniche verso falsi miti, è che questa industria ha progressivamente spostato l'attenzione "dalla gestione etica della salute per un invecchiamento sano a un business fatto di paure e promesse spesso non realizzabili", sottolinea Giovanni Scapagnini, vicepresidente della Sinut. Ne è esempio la moda, diffusa tra chi se lo può permettere economicamente, di sottoporsi a scansioni total body per rassicurarsi sull'assenza di malattia. Un tema che la giornalista Roberta Villa ha affrontato nel suo libro Cattiva prevenzione (Chiare lettere), mettendo in guardia da una deriva in cui la ricerca della salute si trasforma in un inseguimento ossessivo di diagnosi premature, spesso con più danni che benefici.
Mentre si spendono milioni per rallentare l'orologio biologico, i comportamenti quotidiani di milioni di italiani accelerano quell'orologio in modo silenzioso e costante. Fuma ancora il 24% della popolazione. Solo l'11% assume quotidianamente le quattro porzioni di frutta e verdura raccomandate. Il 60% degli italiani è sedentario.
Per capire dove si nasconde il vero margine di intervento, occorre partire dalla genetica. I geni pesano circa il 50% sul processo di invecchiamento, ma questo significa anche che l'altra metà dipende da noi, dall'ambiente in cui viviamo, dalle abitudini che coltiviamo o trascuriamo. È il campo dell'epigenetica, ovvero quel "vestito che riveste i geni in base allo stile di vita", come lo ha definito Giuseppe Novelli, ordinario di Genetica medica all'Università di Tor Vergata.
Lo studio di Maria Branyas, la donna spagnola morta a 117 anni che ha lasciato il corpo alla scienza, ha offerto indizi preziosi. L'esercizio fisico, per esempio, stimola le cosiddette eserchine, sostanze biologiche che sembrano giocare un ruolo protettivo. La conclusione di Novelli: "La vera medicina della longevità non si riduce a un'analisi del DNA, ma si fonda su una valutazione olistica dell'individuo, altrimenti siamo nel campo del Genoscopo, ossia la lettura del DNA come se fosse una mappa astrale."
La scienza dell'invecchiamento è straordinariamente complessa, tanto che la letteratura scientifica conta oggi almeno 300 teorie diverse sul tema. Al convegno romano, diversi specialisti hanno offerto una mappa aggiornata dei meccanismi chiave. Il microbiota intestinale, il cosiddetto secondo cervello, gioca un ruolo tutt'altro che trascurabile. Come ha illustrato Lorenza Putignani dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma, il profilo microbiotico individuale — viene plasmato e alterato da stili di vita, farmaci, ritmi circadiani e fumo. Gli effetti di una terapia antibiotica prolungata ad esempio possono durare anni.
Il punto critico, come ha sottolineato Scapagnini, è che "la longevità viene venduta come un farmaco da banco e non va bene". Il passaggio dalla ricerca sperimentale alla pratica clinica è ancora in fase iniziale.
Quello che davvero servirebbe non è un nuovo integratore o un test più sofisticato. È un sistema di medicina preventiva capace di intercettare le persone sane e accompagnarle a restare tali, attraverso ambulatori dedicati agli stili di vita, percorsi strutturati sull'alimentazione, sul movimento, sul sonno e sulla gestione dello stress. Una prevenzione che non venda paura, ma costruisca competenza.
Il dato più impietoso su cui riflettere è questo: solo il 9,6% degli italiani può sperare di arrivare a 75 anni in buona salute. Tutti gli altri avranno bisogno di cure. Il confine tra vivere più a lungo e vivere meglio non è scritto nel DNA. È scritto nelle scelte quotidiane che, collettivamente, continuiamo a non fare.
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