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Gli Stati Uniti di Trump e la dottrina Maga: l'età dell'incertezza

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23.03.2026

“La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Questa celebre affermazione di Carl von Clausewitz, contenuta nel suo trattato Della guerra, appare particolarmente calzante per la fase che stiamo vivendo. Oggi, tuttavia, sembra emergere una sequenza continua di conflitti: dalla guerra commerciale a quella militare.

Il fattore scatenante è spesso rappresentato dall’iniziativa degli Stati Uniti e dall’applicazione della dottrina Maga (Make American Great Again), le cui implicazioni concrete risultano però ancora poco chiare. Questa impostazione combina nazionalismo economico e populismo politico, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’interventismo statunitense come garante dell’ordine liberal-democratico internazionale.

La questione va affrontata tenendo conto del delicato equilibrio tra egemonia e interdipendenza economica globale.

Il concetto di egemonia non riguarda (da tempo) soltanto la capacità militare di un paese, ma si è evoluto in qualcosa di più complesso. È la capacità di infondere sicurezza non solo sul piano della difesa territoriale, ma anche attraverso la diffusione di modelli sociali, culturali e valoriali che diventano punti di riferimento per ampie porzioni della popolazione mondiale.

Un aspetto centrale dell’egemonia economico-sociale è proprio quello valoriale: uno Stato o un gruppo di Paesi viene riconosciuto come “egemone” quando si afferma come modello in termini di pensiero, cultura e stile di vita. Secondo l’economista e storico Charles Kindleberger, questa egemonia si fonda su un continuo bilanciamento tra due elementi: l’orgoglio, inteso come indifferenza verso i valori altrui, e la vanità, che porta invece a considerare l’opinione degli altri e a migliorarsi per ottenere riconoscimento.

A partire dal Piano Marshall del secondo dopoguerra, gli Stati Uniti si sono affermati nell’immaginario collettivo come una “potenza aperta”, portatrice di valori positivi. Un Paese capace di intervenire nelle situazioni di crisi — spesso in funzione dei propri interessi — e di guidare coalizioni internazionali in difesa dei valori universali di libertà e democrazia. In questo senso, la componente della “vanità” sembrava prevalere su quella dell’”orgoglio”.

Questo modello si è rivelato conveniente: tra il 1980 e il 2024 gli Stati Uniti hanno registrato il più alto tasso medio di crescita tra le principali economie occidentali e rispetto all’Unione europea. Altro che un sistema in cui gli altri “approfittavano” degli USA.

In una fase in cui si parla sempre più di weaponization economy, il soft power sembra lasciare spazio all’hard power. Tuttavia, la capacità di influenzare i comportamenti e costruire relazioni durature tra Paesi ed economie resta profondamente legata agli strumenti “soft”, più che alle dimostrazioni di forza.

Per quanto riguarda l’interdipendenza economica, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente un livello relativamente contenuto di apertura internazionale, se misurato in rapporto tra commercio estero e PIL. Nonostante ciò, anche l’economia americana ha risentito dell’aumento dell’interdipendenza globale a partire dagli anni Ottanta, anche se questo fenomeno ha interessato soprattutto le economie europee. Il divario tra Europa e USA è cresciuto nel tempo, anche perché solo recentemente l’Unione Europea ha iniziato a sviluppare politiche industriali con una forte componente strategica.

In un contesto in cui gli Stati Uniti vedono crescere, seppur meno rapidamente, la propria interdipendenza economica, mentre diminuisce la loro capacità di influenza attraverso il soft power, il tema centrale diventa la capacità della potenza egemone di ridurre l’incertezza globale.

E uno dei principali fattori di instabilità attuale è proprio l’atteggiamento ondivago degli Stati Uniti. Un comportamento che contraddice gli stessi obiettivi dichiarati della politica Maga.

I dati lo confermano: il costo dei dazi che hanno alimentato la guerra commerciale è stato in larga parte sostenuto da imprese ed esportatori americani. Secondo il JP Morgan Chase Institute, i dazi pagati dalle medie imprese statunitensi sono triplicati nell’ultimo anno. Nonostante ciò, il deficit della bilancia commerciale ha raggiunto nel 2025 i 1.240 miliardi di dollari, con un aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente.

In sintesi, l’erosione del soft power e l’aumento dell’incertezza globale sembrano andare nella direzione opposta rispetto agli obiettivi dichiarati. È possibile che questo dipenda da una mancata piena consapevolezza delle reali caratteristiche e interdipendenze dell’economia globale, e di quella statunitense in particolare.

In tema di guerre si dimentica una delle massime fondamentali de’ L’arte della guerra, il testo scritto dal cinese (!) Sun Tzu nel VI secolo avanti Cristo: “se non conosci te stesso né il nemico, soccomberai in ogni battaglia”, una massima che potrebbe oggi applicarsi proprio alla strategia Maga.

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