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«Fece scappare Uss dai domiciliari», condannato anche in Appello Dmitry Chirakadze, l’oligarca che in Russia ha digitalizzato i tribunali

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26.02.2026

Due anni e 2 mesi a Dmitry Chirakadze per procurata evasione. L’oligarca è in carcere da 20 mesi. La difesa: «Il serbo che lo accusa è inattendibile, il processo è nato per l’opinione pubblica dopo le tensioni con gli Usa. Andremo alla Corte Europea e l'Italia non farà una bella figura»

«Fermatevi!, non è mai troppo tardi», si era appellato alla Corte d’Appello milanese un mese fa in aula l’oligarca russo Dmitry Chirakadze, imputato di «procurata evasione» del connazionale Artem Uss per aver coordinato il comando di 5 «esfiltratori» dell’Est europeo (3 già processati e condannati) che il 22 marzo 2023 fecero evadere dagli arresti domiciliari nella sua casa di Basiglio e riparare poi a Mosca (passando da Slovenia, Croazia, Bosnia e Serbia) l’imprenditore russo 43enne figlio del governatore della regione siberiana di Krasnoyarsk molto vicino a Putin, sulla cui estradizione perorata dagli Stati Uniti per asserito traffico di petrolio e materiale tecnologico la magistratura milanese stava decidendo in quei giorni. E in «dichiarazioni spontanee» ai giudici Chirakadze aveva propugnato la tesi dell’errore di traduzione in alcune intercettazioni; dell’inattendibilità di uno dei coindagati che l’ha accusato ma che «all’inizio mi ha descritto con occhi e capelli chiari che non ho»; dell’assenza degli indizi ravvisati invece dall’accusa nei messaggi WhatsApp recuperati; e della «mal comprensione di modi di dire russi come "tutto va secondo i piani", che nel linguaggio russo sta invece a significare "è tutto ok"».

Ma giovedì anche per il collegio di secondo grado - presidente Vincenzo Tutinelli, a latere Federica Centonze e Laura Marchiondelli - l’indagine condotta dalla Procura di Milano con i carabinieri ha offerto elementi di fatto tali da imporre ora la conferma in secondo grado della condanna (solo abbassata da 3 anni e 2 mesi a 2 anni e 2 mesi) di Chirakadze, detenuto da quando fu arrestato il 17 giugno 2024 in Sardegna mentre curava il suo investimento in un hotel di lusso. Sposato, tre figli, due lauree in ingegneria e legge, residenza a Ginevra, società a Dubai, 15 conti bancari, un gruppo siderurgico «dove ho avuto 100.000 dipendenti», immobili in mezzo mondo, passaporto messicano pagato 100.000 dollari, cittadinanza serba quasi comprata, nel telefono una foto che in un campo di paracadutisti a Grozny in Cecenia nel 2019 lo ritrae accanto a uno dei generali russi più stretti collaboratori del ras ceceno filorusso Ramzan Kadyrov (il deputato russo Adam Delimkhanov), Chirakadze vanta giustamente che «in Russia non c’è professionista nel mondo della giustizia che non mi conosca», perché il suo gruppo «Pravo.ru» fornisce la piattaforma digitale della giustizia.

Il direttore dell’hotel di Belgrado

«C'è un solo dichiarante che indica Dmitry Chirakadze, seppur marginalmente convolto in questa vicenda, ma con incongruenze di fondo che destituiscono di credibilità il chiamante», lamentano i difensori Tatiana Della Marra e Alessandro Diddi a proposito delle chiamate in correità fatte dal reo confesso (ma riparato in Serbia per sottrarsi al mandato d’arresto italiano) Sredan Lolic, direttore dell’Hotel Tulip di Belgrado, modesto albergo di proprietà della società russa Metropol. Lolic – che in Tribunale depose in videoconferenza dalla Serbia - riconduce la vicenda alla chiamata ricevuta (tramite l’imprenditore russo Igor Turukhanov) da Viktor Zubarev, parlamentare della Duma russa morto nel maggio 2023, esponente del partito Russia Unita, sottoscrittore nel 2017 di un patto tra il partito del presidente Putin ed il partito politico italiano Lega Nord, originario della stessa regione Krasnoyarsk di cui era governatore il padre di Uss, il quale gli chiese aiuto per il figlio arrestato in Italia e gli annunciò la visita (poi concretizzatasi in un incontro di Lolic a Belgrado l’8 febbraio 2023) di un amico della famiglia Uss, appunto Chirakadze. Da lì la serie di incontri a Milano (con Lolic, con la moglie di Uss jr., con alcuni dei manovali della fuga come il commerciante di vestiti ricettati Vladimir Jovancic) nei quali per Lolic e per il pm Giovanni Tarzia si organizzò l’evasione di Uss, e che invece per la difesa di Chirakadze verrebbero ora raccontati da Lolic «in parte dicendo falsità e in parte dicendo cose scollegate dalla logica».

La difesa: processo per l’opinione pubblica 

Per la difesa – che ricorda le tensioni tra Stati Uniti e Italia dopo l’evasione, e tra magistrati e governo dopo che il ministro della Giustizia Nordio nel 2023 aveva esercitato l’azione disciplinare nei confronti dei tre giudici milanesi degli arresti domiciliari a Uss (poi prosciolti dal Csm), «questo procedimento nasce dalla necessità di presentare all'opinione pubblica, italiana e internazionale, questa procurata evasione non come un semplice allontanamento dall'abitazione, come in realtà è stato, ma come un'esfiltrazione». Il padre di Uss, ha sostenuto Chirakadze, «si rivolgeva a me per la mia esperienza negli affari giudiziari del mio Paese, io di estradizioni so tutto», ma «sono rimasto scioccato quando ho saputo che» suo figlio «Artem Uss se ne era andato: io non so chi ha organizzato l'evasione, è lui che ha deciso di fuggire». I difensori all'esito della sentenza hanno anche chiesto alla Corte la revoca della custodia cautelare in carcere e la concessione degli arresti domiciliari, a cui il pm Tarzia e la pg Paola Pirotta hanno dato parere favorevole.

«Il mio cliente è molto arrabbiato con la giustizia italiana e credo che abbia ragione perché il trattamento che ha subito non è stato equo e non abbiamo dato un buon esempio visto che, anche in questo momento, dove si parla di garanzie di separazione delle carriere e ci ammantiamo di essere dei grandi garantisti, in questo processo la giustizia non è stata garantista nei confronti di Chirakadze», e il punto di vista dell’avvocato Diddi: «Lo dico da cittadino non da avvocato, e mi dispiace molto perchè questo sarà un caso che farà parlare nel prossimo futuro, perché dovete immaginare che quest'uomo alla Corte Europea dei diritti dell'uomo ci andrà di sicuro e non faremo una bella figura. È impensabile che non si faccia» ricorso alla Corte Europea, continua il legale, trattandosi di «una persona gravemente malata che non è stata curata, ha avuto delle patologie piuttosto importanti e purtroppo il problema di tutti gli istituti penitenziari italiani è che non sono in grado di curare i detenuti».

Resta comunque un nodo insoluto, che neppure il dibattimento d’Appello ha sciolto e che il pm in primo grado aveva definito «un legittimo dubbio» su «la partecipazione o il contributo fornito all’evasione da qualche non identificato soggetto italiano o residente in Italia»: dubbio suggerito dalla «mancanza di precauzioni» (su auto e telefoni) di quanti andarono a portar via Uss, leggerezza che «è verosimile poggiasse non tanto su una incapacità di valutazione del rischio, quanto sulla fiducia suscitata da qualche rassicurazione data da soggetti italiani o residenti in Italia».

lferrarella@corriere.it

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26 febbraio 2026 ( modifica il 26 febbraio 2026 | 14:15)

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