Perché il duo Witkoff-Kushner non riesce a chiudere i negoziati
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La diplomazia informale di Donald Trump non riesce a sbloccare la trattativa con la Russia, fatica a Gaza e rischia il fallimento sull'Iran. Per quale motivo? La domanda ha animato molte conversazioni informali nella Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, che si è chiusa domenica scorsa, 15 febbraio. Ne abbiamo parlato con analisti e diplomatici europei che hanno accettato di commentare «off-the record».
Witkoff, 68 anni, immobiliarista, è un amico di vecchia data, nonché compagno di golf di Trump. A Monaco, chi ha avuto a che fare con lui raccontava: ha mantenuto quella mentalità da broker che gli ha consentito di accumulare una cospicua fortuna, comprando e vendendo case e palazzi. Tutto il resto, a cominciare dalle regole del diritto internazionale, può essere accantonato. Forse è per questo che i russi lo apprezzano e, al contrario, gli ucraini ne diffidano. Al Dipartimento di Stato e al Congresso, Witkoff è vissuto, nel migliore dei casi, come un intruso. A un certo punto, il presidente degli Stati Uniti ha deciso di affiancargli Jared Kushner, 45 anni, finanziere e immobiliarista, e, soprattutto, dal 2009, marito di Ivanka, la secondogenita di Trump. C'è chi fa notare che Kushner sembra ancora un giovane avventizio, una figura laterale del clan di «The Donald». In realtà è ormai da dieci anni il principale consigliere del presidente. Questo spiega la sua ubiquità, nonostante non abbia alcuna carica ufficiale.
Nei giorni scorsi, a Ginevra i due si sono trovati a trattare, come in una partita di scacchi simultanea, su tavoli paralleli. A quanto risulta, non ci sono stati progressi né da una parte né dall'altra. Fin dall'inizio, Witkoff e Kushner si sono dimostrati molto comprensivi con le ragioni di Vladimir Putin, riducendo il conflitto in Ucraina a una pura questione territoriale.
La tesi di fondo è questa: l'esercito di Volodymyr Zelensky non ha alcuna possibilità di recuperare i territori occupati dai russi e non ha alcuna chance di resistere a lungo nel resto del Donbass. Prima gli ucraini riconoscono la realtà, prima finisce la guerra. Ma questa semplificazione è respinta da Kiev e dalle principali capitali europee.
Per un motivo molto semplice: Trump e il suo team ritengono che Putin sia un personaggio affidabile o, comunque, un interlocutore che si possa placare con qualche sostanziosa concessione. Zelensky e la stragrande maggioranza del gruppo dirigente ucraino, ben rappresentato a Monaco, pensa esattamente il contrario. Si può raggiungere la pace solo se si costruisce una forza di formidabile deterrenza, in grado di dissuadere Putin da futuri attacchi. E in questo passaggio che si coglie con evidenza quanto sia riduttivo l'approccio di Witkoff e Kushner: in una trattativa d'affari, il più forte spunta condizioni migliori. Ma in questo negoziato contano anche le garanzie più generali. Per esempio, l'interesse europeo a neutralizzare Putin è stato sistematicamente ignorato dagli americani.
Anche con l'Iran, l'impostazione pragmatica non sembra efficace. Certo, oggettivamente non è facile trattare con un regime autocratico, violento e cinico come quello degli ayatollah. Barack Obama aveva offerto un graduale reinserimento dell'Iran nel circuito dell'economia mondiale in cambio di rigidi controlli sulle attività nucleari. L'impressione è che stavolta per Witkoff e Kushner non sia stato possibile sviluppare la loro offerta. Si negozia all'ombra delle portaerei e la «grande armada» inviate da Trump in Medio Oriente.
Il presidente statunitense sta, ancora una volta, cercando di contenere la spinta del premier israeliano Benyamin Netanyahu che vorrebbe la guerra, aperta e definitiva, con Teheran. Witkoff e Kushner sembrano imbrigliati. Da una parte pesa la loro personale amicizia con Netanyahu e la destra israeliana; dall'altra i numerosi affari che i due coltivano nei Paesi arabi, preoccupati per le conseguenze destabilizzanti di un conflitto totale. Conclusione: uno stallo pericoloso.
Su Gaza, invece, Witkoff e Kushner hanno ottenuto un primo risultato con una tregua formale. La situazione nella Striscia resta, comunque, molto instabile. Nelle ultime settimane, secondo i dati diffusi dalle autorità sanitarie di Gaza, gli israeliani hanno ucciso circa 600 persone, bambini compresi.
Oggi, giovedì 19 febbraio, a Washington si terrà la prima riunione del «Board of peace», l'organismo voluto da Trump che dovrebbe gestire la stabilizzazione e poi la ricostruzione di Gaza. I diplomatici europei, però, fanno osservare quanto sia insostenibile, se non grottesco, lo scarto tra lo scenario di oggi e quello prefigurato da Kushner, con tanto di slide. Ora servirebbero almeno 200 mila casette pre fabbricate per dare un tetto provvisorio agli sfollati: ce ne sono a malapena 4 mila.
Quasi tutti i due milioni di abitanti sono compressi nel territorio ancora controllato, armi in pugno, da Hamas. L'economia è inesistente e così tutto il resto. Eppure Kushner immagina si possa costruire su queste miserie una nuova Dubai. Ma gli abitanti di Gaza dove troveranno i soldi per andare a vivere nei lussuosi grattacieli, frequentare i centri commerciali e i ristoranti delle marine? Trump sostiene che sarà tutto pagato dai partecipanti al «Board of Peace». Finora, però, sono stati raccolti 5 miliardi di dollari: ne servirebbero 50 non per inseguire la «città ideale» di Kushner, ma semplicemente per ricostruire Gaza così com'era prima dei bombardamenti israeliani.
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