Il socialista Lange: «A noi interessa la stabilità, ma da Washington arriva ogni giorno una violazione»
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Il socialista Lange: «A noi interessa la stabilità, ma da Washington arriva ogni giorno una violazione»
Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, che ha rinviato il voto di ratifica dell'accordo commerciale tra Ue e Stati Uniti
Il presidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, il socialista Bernd Lange
Dalla nostra corrispondenteBRUXELLES «È del tutto chiaro che vogliamo attenerci all’accordo». È dialogante il presidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, il socialista Bernd Lange, dopo la decisione di rinviare la votazione sui due regolamenti necessaria per la ratifica, di fatto, dell’accordo sui dazi tra Ue e Stati Uniti raggiunto in Scozia nel luglio scorso. Ma per Lange i patti vanno rispettati.
Cosa sta succedendo?«Vediamo che, più o meno giorno dopo giorno o mese dopo mese, c’è una violazione dell’accordo da parte degli Stati Uniti. Abbiamo visto l’episodio della Groenlandia. Abbiamo visto, già alcune settimane dopo l’intesa, che i cosiddetti dazi sui derivati (prodotti che contengono acciaio e alluminio, ndr) sono stati aumentati dal 15% al 50% e ora ci sono questi nuovi dazi, che sono totalmente diversi dai dazi previsti dall’accordo sulla Scozia: sono dazi aggiuntivi rispetto a quelli normali sui prodotti. Questo significa, per esempio, che per il formaggio italiano non si tratta del 15%, ma del 30%: 15 più 15. Tutto questo crea incertezza e imprevedibilità, mentre per un accordo servono esattamente certezza e prevedibilità, così che i nostri commercianti e le nostre aziende abbiano una prospettiva per il commercio e per ulteriori investimenti. E questo al momento non c’è».
Cosa chiedete a Washington per sospendere il rinvio?«Vogliamo una dichiarazione chiara da parte degli Stati Uniti che confermi che intendono rispettare l’accordo, non solo per un giorno, non solo per una settimana o per un mese, ma almeno per l’intera legislatura del presidente Donald Trump».
Mercoledì 4 marzo ci sarà una nuova riunione. Vuol dire che la situazione potrebbe sbloccarsi già allora?«Il nostro è solo un rinvio. Ma questo non significa che la misura verrà reintrodotta rapidamente. Vedremo prima quali sviluppi ci saranno negli Stati Uniti. Faremo una valutazione adeguata e poi, naturalmente, potremo decidere anche abbastanza rapidamente».
La decisione ieri è stata presa all’unanimità dai gruppi politici?«C’è stato più o meno un grande consenso. Ho proposto in commissione di cambiare l’ordine del giorno e di togliere il voto, e nessuno si è opposto».
Quindi “nessuno” significa unanimità, anche da parte dei Patrioti?«Sì, certo. Se ci fossero state forti preoccupazioni, qualcuno avrebbe potuto sollevarle e allora ci sarebbe stato un voto. Ma nessuno lo ha fatto. Quindi la mia proposta è stata sostenuta».
Su questo tema i gruppi al Parlamento europeo sono sulla stessa linea, oppure ci sono differenze?«Ci sono differenze. Ma il mio interesse è avere una posizione il più possibile unitaria. Siamo forti solo se l’Unione europea è unita. Per questo cerco sempre di trovare una posizione che sia accettata da molti gruppi politici. Anche i nostri emendamenti alla proposta della Commissione, alla fine, sono stati accettati da una grande maggioranza dei gruppi politici. Questo è il mio compito, altrimenti gli Stati Uniti non rispetteranno la nostra posizione se siamo divisi».
Nei mesi passati gli Stati Ue hanno spinto perché il Parlamento accelerasse nelle decisioni. Ha sentito pressione?«Non personalmente. Ho sempre detto che sono un rappresentante del Parlamento europeo. Tengo davvero conto delle necessità delle persone dell’Unione europea nelle mie riflessioni e nelle mie azioni. Non agisco come rappresentante di un singolo Stato membro».
Data la sentenza della Corte suprema, l’accordo va mantenuto?«Abbiamo questo accordo e vogliamo stabilità perciò, al momento, dovremmo attenervici. Ma anche gli Usa benché ora non sia così. Però il presidente Trump non ha più strumenti per esercitare pressione su di noi, e quindi dovremmo davvero avviare un confronto serio su un piano di parità».
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