Camorra, torna libero Giovanni Cesarano, già a capo dell'omonimo gruppo del rione Kennedy
Ha finito di scontare la pena. È uno storico referente dell’Alleanza di Secondigliano. Verso la libertà anche Pietro Licciardi, al vertice dell’omonimo clan
È tornato in libertà Giovanni Cesarano, noto come “Giannino o' biondo” o “o' palestrato”. Si tratta di un boss, di una figura centrale della mala del Rione Kennedy a Secondigliano. Storicamente legato al clan Licciardi, è considerato il vertice dell'omonimo gruppo Cesarano, che funge da articolazione territoriale dell'Alleanza di Secondigliano. Nel 2007, anno dell’ultimo arresto, a 50 anni, Cesarano aveva già scontato due condanne per affiliazione alla camorra. Secondo gli inquirenti in passato è stato il braccio destro del boss Licciardi, poi, dopo la detenzione, pare sia tornato ai vertici dell’amministrazione camorristica dopo un accordo tra scissionisti ed esponenti dei Licciardi nel dopo faida che lo avrebbero collocato a gestire una porzione di territorio non molto lontana da quello che è ritenuto il bunker dei Di Lauro.
Nel 2006 fu allontanato da Ischia come indesiderato con un foglio di via obbligatorio e fu denunciato per aver violato la misura della libertà vigilata e aver dichiarato false generalità ai carabinieri che lo avevano fermato per controllo nella baia di Cartaromana dove stava pranzando in un ristorante della rinomata località balneare. Il foglio di via è stato spiccato anche nei confronti di un suo commensale. Cesarano, un passato come braccio destro del boss Licciardi che lo ha inserito a pieno titolo ai ranghi della camorra di Secondigliano, aveva provato ad eludere i controlli dei carabinieri della stazione di Ischia dichiarando false generalità. Da liberò finì in manette per estorsione. Gli uomini della squadra mobile lo raggiunsero durante la notte insieme ad altri soggetti ritenuti complici, quattro in tutto. Secondo l’accusa, per una richiesta di 50mila euro. Una somma esatta, tonda. Ma come facevano a sapere che la vittima era in possesso di quella cifra? Quei soldi erano il ricavato di una causa civile vinta dal taglieggiato in precedenza. Una vertenza civile di carattere condominiale che aveva suscitato l’ira e la sete di vendetta di chi quei soldi, in precedenza, aveva dovuto sborsarli. Una richiesta di aiuto, una richiesta di giustizia, ma a uno Stato parallelo, ovvero alla camorra. La vittima aveva ricevuto il denaro, alcuni anni addietro, da un’altra persona incensurata, la quale - evidentemente - si era rivolta a loro, in quanto esponenti della criminalità organizzata di Secondigliano, affinché esercitassero la loro influenza ed il loro potere di intimidazione sulla vittima per convincerla ad abbandonare alcune cause civili di tipo condominiale. Fu proprio la persona costretta dal tribunale a versare questo denaro al commerciante a rivolgersi alla camorra. Le indagini, però, non partirono dalla denuncia del commerciante che, ascoltato una prima volta dalla polizia, aveva anche negato di subire estorsioni. Oltre a Cesarano, finì in manette anche Francesco Feldi, poi assassinato.
Ma non è tutto. Verso la libertà c’è anche un altro boss. Si tratta di Pietro Licciardi, considerato uno dei reggenti e capi storici della famiglia, avendo assunto responsabilità direttive dopo la morte del fratello fondatore, Gennaro Licciardi insieme alla sorella Maria. Pietro Licciardi è noto alle cronache per una lunga latitanza terminata nel 1999, quando fu catturato a Praga. All'epoca era incluso nell'elenco dei trenta latitanti più pericolosi d'Italia. Dopo un periodo di scarcerazione, è tornato in carcere nel novembre 2012 poiché sorpreso a girare con una guardia del corpo armata, violando le prescrizioni della sorveglianza speciale. Nel 2016, la Corte d'Appello gli ha annullato una condanna all'ergastolo per duplice omicidio. Per questo fatto di sangue, Licciardi era stato condannato all'ergastolo sia in primo che in secondo grado. Nel aprile 2016, la Corte di Cassazione annullò la condanna al carcere a vita, accogliendo il ricorso presentato dalla difesa (avvocato Dario Vannetiello). La decisione portò a un nuovo processo d'appello per rideterminare la responsabilità del boss. Il suo ritorno in libertà potrebbe ridisegnare radicalmente la geografia della criminalità organizzata a Secondigliano.
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