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Gaiola, coralli a rischio per gli scarichi fognari: sotto osservazione tre aree

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12.04.2026

Presentati i risultati del Centro studi. «Qui 23 specie protette»

I fondali di Napoli protagonisti della “Giornata del mare” al Centro studi interdisciplinari Gaiola, dove sono stati presentati i risultati del progetto Urchin (Underwater eesearch coralligenous habitat in Naples). Due anni di studi condotti dallo staff del Parco sommerso della Gaiola, supportato da esperti di settore italiani, rivelano un ecosistema ancora straordinariamente ricco ma, allo stesso tempo, sempre più minacciato dalle attività antropiche. Il progetto, finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr e del programma di ricerca Progetto Centro nazionale della biodiversità, aveva l’obiettivo di indagare lo stato di salute del coralligeno, uno degli habitat più preziosi del Mediterraneo. Si tratta di architetture viventi costruite nel tempo da alghe calcaree e organismi come gorgonie e madrepore, che rappresentano un hotspot di biodiversità del nostro mare. 

A Napoli questo importante ecosistema è concentrato nell’area tra Gaiola e Nisida, protetta sia a livello nazionale sia europeo con la Zona speciale di conservazione “Fondali marini di Gaiola e Nisida”. Lo studio, pertanto, si è focalizzato su questo tratto di mare definito dagli esperti «polmone biologico e scrigno di biodiversità unico per la Città di Napoli». Osservati speciali: il banco della Cavallara a largo della Gaiola, il banco di Nisida, a poca distanza dall’isola, e la secca della Badessa davanti Coroglio. Le indagini, condotte con immersioni subacquee e robot sottomarini, hanno coperto oltre 18 chilometri di fondali. I risultati mostrano che il coralligeno è ancora vivo e ospita almeno 23 specie protette a livello internazionale, ma sotto questa vitalità si nasconde una fragilità crescente.

Sono diversi gli elementi di degrado e contaminazione individuati dai ricercatori, tra cui rifiuti urbani, attrezzi da pesca abbandonati e residui della mitilicoltura non biodegradabili. L’impatto maggiore viene però degli scarichi fognari presenti sia sulla linea di costa, sotto il promontorio di Coroglio, sia sui fondali nei pressi della secca della Badessa. La scoperta più inquietante è stata ribattezzata marf, acronimo che indica le “masse aggregate di rifiuti fognari”, ovvero distese di salviette monouso e assorbenti igienici. Un vero e proprio «blob sottomarino», come è stato rinominato dagli esperti, cioè una coltre così spessa da impedire all’ossigeno di circolare, provocando la morte di tutti gli organismi che vivono ancorati ai fondali. 

Un fenomeno che Giovanni Fulvio Russo, professore ordinario di Ecologia all’Università Parthenope di Napoli considera «preoccupante potenzialmente anche per la salute dell’uomo», data l’introduzione di microplastiche nella catena alimentare. «È in corso un disastro ambientale», avverte il direttore dell’Area marina protetta della Gaiola, Maurizio Simeone, che da vent’anni chiede la riduzione degli scarichi e che, alla luce dei nuovi dati, torna a segnalare «l’urgenza di cambiare direzione nelle scelte strategiche e infrastrutturali che si stanno prendendo oggi». Anche Greenpeace ha fatto richiesta esplicita agli enti preposti di adottare provvedimenti urgenti: «Di fronte a evidenze scientifiche così inequivocabili — ha detto Valentina Di Miccoli, responsabile della Campagna Mare dell’associazione — il raddoppio degli scarichi fognari in quest’area, previsti dal programma di Risanamento ambientale e rigenerazione urbana a Bagnoli, rappresenta ancor di più una scelta incomprensibile, che va contro il dovere di tutela e salvaguardia del nostro mare».

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