Il Maestro Pennino che dirige Da Vinci e Luchè a Sanremo: «Vi racconto le mie venti e più edizioni»
Ha diretto l'orchestra per Gino Paoli, Gigi D'Alessio. «Sono stati tutti grandi incontri. Il festival ti riempie e ti svuota insieme. Dopo una settimana sei spremuto»
Sul podio del Teatro Ariston c’è un napoletano che tiene insieme e dirige due Napoli diverse. Il maestro Adriano Pennino dirige al Festival Sal Da Vinci («Per sempre sì») e Luchè («Labirinto»), entrambi l’altra sera nella cinquina dei più votati. Melodia e urban, tradizione e contemporaneità, due generazioni che parlano lingue lontane ma guidate dalla stessa bacchetta.
Al telefono, Pennino – nonostante le prove con l’Orchestra in corso, gentile e affabile, ha la voce calma di chi conosce il peso del palcoscenico ma non ne è schiacciato. «Con Sal il sodalizio è totale – dice - ho prodotto tutti i suoi dischi, li abbiamo costruiti insieme dall’inizio alla fine. Con Luchè, invece, l’ingresso è stato “in punta di piedi”. Un artista con un’identità già definita, un suono urbano, stratificato, che nasce altrove rispetto alla tradizione melodica partenopea. La parola professionista non basta quando entri in un mondo che non è il tuo devi metterci curiosità, rispetto, studio. Devi capire il suono dall’interno».
Non c’è gerarchia tra passato e futuro, ma un dialogo continuo. Anche la canzone cosiddetta tradizionale, oggi si veste di elettronica, sperimenta, cambia pelle. «La musica – afferma convinto - si muove sempre. Se resta ferma, muore». Pennino è una memoria storica dell’Ariston. Ha diretto l’orchestra in oltre venti edizioni della kermesse - «forse ventiquattro, venticinque, ho perso il conto» - e ha iniziato presto, quando sul palco non c’era ancora l’orchestra stabile. Suonava il pianoforte con Gino Paoli, in un’edizione segnata dalla direzione artistica di Adriano Aragozzini. «Paoli volle eseguire dal vivo il brano almeno in finale. Eravamo pianoforte, basso e voce. L’anno dopo arrivò l’orchestra».
In tutti questi anni il Festival è cambiato? «Sì e no. Cambiano le mode, il modo di usare l’orchestra, persino l’auto-tune che per qualcuno è cifra stilistica più che correzione, ma l’emozione resta identica». Pennino racconta di «mostri sacri» tremare dietro le quinte. «È un palco che ti mette a nudo. E questa cosa non passerà mai».
Tra gli artisti diretti, l’elenco è lungo: da Franco Califano ai Modà, da Gigi D’Alessio a molte presenze internazionali come Lara Fabian, Michael Bolton, Nelly Furtado. «Impegnativi? No. Sono stati tutti grandi incontri. Sanremo ti riempie e ti svuota insieme. Dopo una settimana sei spremuto. Se lo sono i cantanti, figurarsi noi». Tra i ricordi più vivi, quelli con Pippo Baudo. «Una sera arrivò un balletto russo per le prove. Era tardi. Baudo salì sul palco e iniziò a intervenire sulla coreografia, passo per passo, con il traduttore accanto. Non parlava solo di musica o arrangiamenti: curava ogni dettaglio. Dire professionista è riduttivo, era un artista totale». Pennino non ama l’enfasi. Rivendica il lavoro, l’ascolto, la dedizione. Oggi tiene insieme la classicità di Da Vinci e la contemporaneità di Luchè. «Il mio compito è servire la canzone. Se funziona quella, funziona tutto».
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28 febbraio 2026 ( modifica il 28 febbraio 2026 | 12:32)
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