Editoriale La diplomazia non deve fermarsi. Alternative ne restano
Ci abbiamo provato, è andata male. Di più non si poteva fare. Il maggiore pericolo di disaffezione a una causa è il fallimento dei tentativi (almeno in apparenza) robusti e sinceri di risolverla una volta per tutte. Dopo le speranze alimentate dal vertice di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin e dal summit alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky e i principali leader europei (Spagna esclusa), la guerra è continuata come e peggio di prima nel gelo delle ultime dichiarazioni del presidente russo e anche di quello americano. Facile ora cadere nello sconforto e lasciare che la tragedia ci scivoli addosso. Il mondo cattolico venerdì si è mobilitato per la pace con gli strumenti della preghiera e del digiuno. Un segno forte che tuttavia ha lasciato tanti indifferenti, disillusi da quella che è apparsa una recita diplomatica tra leader poco interessati a porre fine ai combattimenti, destinati perciò a proseguire fino alla vittoria per consunzione di una parte sull’altra.
Dobbiamo reagire a questa lettura e a questo atteggiamento per non cadere esattamente in quello che alla vigilia dell’incontro in Alaska molti paventavano: una Monaco del 2025, ovvero un accordo simile a quello del 1938, quando Germania, Regno Unito, Francia e Italia, senza la Cecoslovacchia al tavolo, imposero a quest’ultima di cedere la regione dei Sudeti rivendicata da Adolf Hitler. Un cedimento delle altre potenze alla Germania nazista, che si immaginava allora utile a........
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