Medio Oriente, la Cina si espone in prima linea con una proposta di pace
La Cina si affaccia per guidare la crisi in Medio Oriente e propone un piano di pace. Nel frattempo forza il blocco navale USA. Così, alla fine, la Cina si espone in prima linea, dopo settimane di diplomazia “nascosta” e di influenza importante tanto sull’Iran quanto sul Pakistan come ruolo di mediatore: poche ore dopo l’azione di blocco navale degli Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz, e nel pieno delle trattative complesse tra Islamabad, Washington e Teheran per ottenere un secondo round di negoziati dopo il fallimento dello scorso fine settimana, Xi Jinping con due azioni (apparentemente all’opposto) prende la scena nella inquietante e complessissima guerra in Medio Oriente dove, in realtà, si giocano i destini del nuovo ordine mondiale. In primo luogo, ospite ad Abu Dhabi dal principe ereditario degli Emirati Arabi (Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan), il Presidente della Cina lancia un piano di pace in 4 punti che è una sorta di “aggiornamento” di quanto presentato lo scorso 31 marzo in collaborazione con il Pakistan. Contemporaneamente, la petroliera cinese “Rich Start” (battente bandiera Malawi) forza il blocco navale imposto da Trump, passando lo Stretto e aprendo subito una mini-crisi diplomatica che si è aggiunta alla tensione mondiale. Questa duplice mossa non dovrebbe stupire, è come se Xi Jinping desse ai “duellanti” (più Israele) un messaggio netto: Hormuz deve riaprire, la crisi va conclusa, e Pechino farà d’ora in poi quanto necessario per perseguire la propria intenzione. La nave cinese ha completato l’attraversamento del canale, e si attende una risposta diretta americana, specie pensando che il 14-15 maggio prossimi è previsto l’incontro a Pechino tra Trump e Xi Jinping, sempre più a rischio se l’impasse in Iran dovesse continuare. Dopo che la Casa Bianca ha minacciato nuovi dazi sui beni cinesi verso gli States qualora venisse offerta assistenza militare all’Iran durante la guerra, Pechino ha contro-risposto su eventuali misure «risolute e dirette» come replica in caso di applicazioni delle suddette tassazioni speciali. Guardando i punti del piano di pace, il regime comunista cinese è convinto che si debba raggiungere il principio di coesistenza pacifica tra USA, Israele e Iran, seguito dal «principio della sovranità nazionale», il «principio dello Stato di diritto internazionale» e da ultimo punto, il rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Non vi è dunque citato direttamente il “caso Hormuz”, forse per avere un margine possibile di trattative con entrambi gli schieramenti. Nel frattempo da Islamabad viene annunciato ai media internazionali che sono in corso trattative che porteranno i team negoziali di Stati Uniti e Iran entro questa settimana, al massimo l’inizio della prossima, ad un nuovo round di tavolo unico per la pace: si terrà comunque prima della scadenza del nuovo ultimatum di Trump al regime dei Pasdaran, tentando di porre sul tavolo i vari punti ancora di orte distanza, a cominciare dal nucleare. Nelle scorse ore, secondo le fonti della Casa Bianca al NYT, l’Iran avrebbe presentato un’offerta agli Stati Uniti sulla possibilità di sospendere per 5 anni i piani di arricchimento dell’uranio, ma Trump ne chiede almeno 20 e avrebbe perciò per il momento rifiutato il tutto. Le interlocuzioni però proseguono e l’interesse è rivolto per provare ad aprire nuovi negoziati con maggior margine di trattativa rispetto ai precedenti tenutisi a Islamabad lo scorso weekend. Nel frattempo, mentre prosegue la tensione mondiale dopo la giornata di ieri segnata dallo scontro a distanza tra Donald Trump e Papa Leone XIV, arriva dall’Arabia Saudita il nuovo “pressing” per concludere al più presto la crisi, ponendo fine al blocco nel canale dove passano molti degli interessi geopolitici e commerciali del regime saudita. «Fermate il blocco su Hormuz», è la richiesta fatta da Ryad verso l’alleato americano, temendo che l’azione posta per infiacchire i Pasdaran in realtà provochi altre ritorsioni come la possibile chiusura (tramite gli Houthi in Yemen) del passaggio tra Mar Rosso e Oceano Indiano. La guerra all’Iran indebolisce Trump e rafforza la Cina che media grazie all’alleato di ferro Pakistan. Gli USA devono negoziare e farsi salvare dai cinesi. Trump indebolito, tanto forse da dover rinunciare all’incontro previsto con Xi Jinping, e una Cina più forte, pronta ad acquisire consenso tra i Paesi del Golfo aumentando la sua influenza sulla regione, senza per questo dover realizzare basi militari come hanno fatto gli statunitensi. La guerra all’Iran sta portando il peso della bilancia geopolitica dalla parte di Pechino. Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, intervistato dal Sussidiario, osserva: “Al presidente Usa serve ancora un negoziato perché il blocco dello stretto di Hormuz non può durare a lungo e perché un’operazione di terra gli alienerebbe la sua base. Quel negoziato in cui proprio la Cina ha un ruolo preminente grazie alla sua alleanza di ferro con il Pakistan. Le minacce di Trump ormai valgono come una discussione al bar dello sport in Italia: ha perso molta credibilità e in questo momento versa in una situazione di oggettiva difficoltà. La guerra incautamente avviata insieme a Netanyahu lo ha messo in un angolo e non ha fatto altro che, per simmetria, rafforzare la Cina. Il cessate il fuoco temporaneo c’è stato grazie alla Cina, che ha usato il Pakistan come proxy. Inoltre i Paesi del Golfo, che sono vicini agli Stati Uniti, hanno capito che avere basi americane non risolve nulla, e quindi in qualche misura saranno più tentati di lavorare con Pechino. Infine la crisi energetica innescata non fa altro che rafforzare il posizionamento sull’elettrico dei cinesi e l’inflazione che ne consegue dà competitività ai prodotti convenienti della Cina. Per tutto questo la scellerata decisione di Trump del 28 febbraio si sta traducendo in una sconfitta piuttosto netta e che dà ossigeno ai cinesi. Ha tutta la convenienza a sostenere l’Iran, che è suo alleato ed è un proxy cinese in Medio Oriente. Sicuramente sostiene Teheran da un punto di vista economico, acquistando petrolio, gas e quant’altro e fornisce segnalazioni attraverso il segnale satellitare GPS BeiDou, che è cinese. Per quanto concerne le armi non ho elementi per dire che vengano fornite, non mi sorprenderebbe. Cina e Pakistan si chiamano Iron Brothers, fratelli di ferro. Il legame nasce nel 1951 e riguarda una forte partnership strategica. Il Pakistan è uno snodo chiave per la Cina per avere uno sbocco sull’Oceano Indiano, infatti è un partner decisivo nella Belt and Road Initiative, nella Nuova Via della Seta. Insomma, Islamabad è un alleato chiave di Pechino. Nel contempo è anche ben visto dagli USA, per questo era il proxy ideale dei cinesi per portare avanti questo tipo di operazione”. Secondo il prof. Giuliano Noci: “Nella mediazione del Pakistan, la Cina potrebbe esporsi se avesse il 100% di garanzie di avere successo, ma il Pakistan da solo non aveva nessuna capacità di portare avanti questo tipo di operazione”. Ma, forse è venuto il momento per la Cina di scendere in campo per dare corpo ad un nuovo ordine mondiale visto il fallimento di Trump e del suo slogan MAGA che oggi agli occhi del mondo potrebbe leggersi MAL (Make America Little). I cinesi, insieme ai russi, hanno messo il veto al Consiglio di sicurezza ONU su una risoluzione che parlava di riapertura dello stretto di Hormuz. Secondo il prof. Noce: “Trump è riuscito a dare agli iraniani la percezione di poter controllare lo stretto di Hormuz. E adesso ha deciso di bloccare le navi. Credo che sarà una decisione temporanea perché potrebbe far schizzare i prezzi a tal punto che sarà costretto a tornare indietro. Ormai tutti hanno capito che Hormuz è un problema mondiale. Lo era anche prima, ma si faceva finta di non vederlo. Credo che molto rapidamente si costruiranno strade alternative che eviteranno quest’area. Ci sono già degli oleodotti che possono essere utilizzati, verranno potenziati. I cinesi non ambiscono ad avere una sorta di controllo imperiale, vogliono un’area del Golfo stabile dove esercitare un’influenza economica. Cercheranno di insinuarsi, ma senza mettere basi militari come hanno fatto gli americani, piuttosto vorranno conquistare consenso nel Golfo, portando a casa benefici economici. Mi aspetto un atteggiamento molto pragmatico e poco idealista. L’incontro previsto a metà maggio è a rischio. Non è certo, anche perché ci muoviamo su un terreno incognito. Potrebbe darsi che Trump si indebolisca a tal punto da non avere convenienza ad andare all’incontro. Però i cinesi faranno di tutto per portarlo lì. Se Trump ha fatto questa guerra per cercare di arrivare a Pechino più forte, avendo in mano la carta del petrolio da usare contro le terre rare, in realtà il conflitto lo ha indebolito in misura significativa. Rimarranno squisitamente temi di natura commerciale. Anche per quanto riguarda Taiwan la recente visita in Cina della leader del Kuomintang, del partito di opposizione a Taipei, fa capire che pure su questo tema Trump deve rimanere lontano. Il presidente americano deve avere la garanzia delle terre rare, la Cina di non essere troppo osteggiata dagli statunitensi. Credo che il negoziato lo vogliano riaprire non solo i cinesi ma anche Trump. Tutti spingeranno per farlo. Il primo a essere interessato è proprio il presidente USA, per le fortissime ripercussioni interne che la guerra sta avendo. Bisognerà trovare un modo per salvargli la faccia. E possono farlo solo i cinesi. Continuo a pensare che l’unica possibilità che ha Trump di uscirne decorosamente è che Mojtaba Khamenei non sia la guida suprema. Potrebbe essere che in questi giorni salti fuori che non è più in grado di mantenere il suo ruolo e che improvvisamente si trovi qualcuno “amico” di Trump. Non credo che la Casa Bianca possa decidere per un’operazione di terra, perché è esattamente quello che non vuole la base del presidente americano”. I grandi giochi per il nuovo ordine mondiale cominciano a prendere corpo e si intravede un ridimensionamento del ruolo degli Stati Uniti d’America, mentre cresce il ruolo mondiale della Cina. L’Unione Europea dovrebbe non farsi sfuggire questa opportunità per presentarsi al tavolo del nuovo ordine mondiale con una propria autonomia e compattezza grazie anche al cambiamento in Ungheria. E’ auspicabile che l’Onu possa crescere in autorevolezza anche come organo di controllo e mediazione sui conflitti internazionali, ma anche per dare attuazione agli accordi sui principi universali dei Diritti dell’Uomo. In questa direzione dovrebbe muoversi l’internazionale socialista.
