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La Bce non tocca i tassi. La preoccupazione per le guerre

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20.03.2026

I tassi di interesse dell’area euro restano invariati per la sesta volta consecutiva come deciso nella seconda riunione dell’anno della BCE, avvenuta ieri 19 marzo 2026. I mercati hanno anticipato questo esito già da un po’ di tempo, al punto che l’annuncio relativo alla decisione sui tassi non è la vera notizia attesa con trepidazione. Le Borse europee viaggiano in netto calo, fiaccate dalla nuova escalation in Medio Oriente dove gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Iran, Qatar e Arabia Saudita hanno riacceso i timori di una crisi globale delle forniture energetiche. Il conflitto ha spinto il petrolio verso rialzi significativi: il Brent si attesta intorno a 114 dollari al barile, il Wti a 97 dollari, mentre il gas naturale vola verso i 70 euro al megawattora. La tensione geopolitica si aggiunge alla debolezza di  Wall Street, penalizzata dalla decisione della  Fed di lasciare invariati i tassi e dalle previsioni sull’inflazione riviste al rialzo, che aumentano l’incertezza sugli scenari economici dei prossimi mesi. Anche le riunioni di  Bce e BoE, di ieri hanno mantenuto lo status quo. A Milano il Ftse Mib si colora di rosso, risentendo dell’onda di sfiducia globale. Tra i pochi titoli a salvarsi, Eni resiste grazie alla spinta del petrolio e alla presentazione del suo piano industriale al 2029, mentre gli altri comparti faticano a limitare le perdite: Inwit soffre per la joint venture tra Telecom Italia e Fastweb+Vodafone per 6.000 nuove torri, che secondo gli analisti potrebbe ridurre la sua quota di mercato. Anche lo spread tra Btp e Bund riflette il clima di incertezza: il differenziale a 10 anni sale a 83 punti, con il rendimento del decennale italiano al 3,79%. La tensione si riflette anche sui mercati asiatici: il Nikkei chiude in calo del 3,38%, penalizzato dal rialzo dei prezzi del petrolio e dai titoli tecnologici. La Banca del Giappone ha confermato il tasso allo 0,75%, avvertendo però che l’inflazione potrebbe accelerare a causa dei costi energetici, mentre i dati industriali mostrano una contrazione negli ordini di macchinari e nel manifatturiero, bilanciata da un leggero aumento della produzione industriale. Sul fronte dei metalli preziosi, l’oro perde terreno penalizzato dalle attese di nuovi rialzi dei tassi, riducendo il guadagno da inizio anno al +10%, mentre l’argento resta quasi in pari. L’euro/dollaro resta stabile intorno a 1,14 e il Bitcoin scende verso i 70 mila dollari. I mercati finanziari stanno sottovalutando i rischi geopolitici e questo amplia la possibilità di improvvise ondate di sell-off, secondo quanto ha detto Claudia Buch, che siede nel consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, mettendo in guardia contro un allentamento delle norme bancarie. Da un anno a questa parte gli Usa hanno ammorbidito le norme bancarie, esercitando pressioni sulle autorità di supervisione di altri paesi poiché le banche non statunitensi potrebbero trovarsi in una situazione di disparità competitiva. Nel rapporto annuale della BCE sulla vigilanza, Buch scrive: “Queste misure di salvaguardia vanno mantenute mentre aumentano le tensioni geopolitiche. La frammentazione o qualsiasi indebolimento degli standard potrebbero indebolire la capacità delle banche di resistere a sviluppi avversi”. I titoli bancari Usa sono stati pesantemente venduti dall’inizio della guerra di Usa e Israele contro l’Iran, ma i movimenti di mercato sono stati ordinati, come avviene da un anno a questa parte, da quando i dazi e le guerre aumentano l’incertezza. Gli istituti di credito della zona euro sono adeguatamente capitalizzati e dispongono di tutti i buffer necessari, ma i rischi rimangono elevati, come sostiene Buch che spiega: “L’incertezza non trova riscontro negli indicatori di stress finanziario basati sul mercato, il che potrebbe portare a una brusca rivalutazione del rischio”. Gli shock potrebbero materializzarsi in modo inaspettato e diffondersi rapidamente, date le tensioni geopolitiche, le valutazioni tirate in alcuni segmenti di mercato, le crescenti interconnessioni con società finanziarie non bancarie e il rischio di improvvisi cambiamenti nel sentiment del mercato. Francoforte ha fatto del rafforzamento della resilienza degli istituti di credito ai rischi geopolitici una priorità fondamentale per quest’anno e nei prossimi mesi sottoporrà a stress test le banche più grandi. La Banca Centrale Europea ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse nell’ultima riunione di politica monetaria, avvertendo però che le prospettive economiche per la zona euro sono diventate significativamente più incerte a causa della guerra in Iran. Secondo la BCE, il conflitto avrà un impatto immediato sui prezzi al consumo, soprattutto attraverso l’aumento dei costi energetici. Le conseguenze a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra, nonché dall’effetto dei rincari energetici sull’economia e sui consumi I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno invariati al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%, rispettivamente. La Bce, nel comunicato diffuso dopo la riunione, sottolinea: “Tuttavia, la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra e dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia”. Nonostante i rischi legati al conflitto, la BCE ritiene che la situazione non richieda interventi immediati. Il tutto è rimandato ai prossimi mesi. Nel comunicato si legge anche: “Le informazioni che il Consiglio acquisirà nei prossimi mesi consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi collegati. Il Consiglio seguirà attentamente la situazione e definirà la politica monetaria in modo appropriato grazie al suo approccio fondato sui dati”. La BCE ha pubblicato anche le nuove proiezioni macroeconomiche basate sulle informazioni disponibili fino all’11 marzo. Secondo lo scenario di base, l’inflazione complessiva si collocherebbe in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, in rialzo rispetto alle previsioni di dicembre per il 2026. Rispetto alle proiezioni di dicembre, sottolinea la Bce, l’inflazione è stata rivista al rialzo, in particolare per il 2026, in ragione dell’incremento dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Medio Oriente. L’inflazione “core”, al netto di energia e alimentari, si porterebbe in media al 2,3% nel 2026, al 2,2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Anche tali valori sono più elevati rispetto alle proiezioni di dicembre, principalmente per effetto dei rincari dei beni energetici che si trasmettono all’inflazione al netto di energia e alimentari”. La crescita economica dovrebbe essere pari in media allo 0,9% nel 2026, all’1,3% nel 2027 e all’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso soprattutto per il 2026, derivante dagli effetti a livello mondiale che la guerra produrrà sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sul clima di fiducia. Nota positiva il basso livello di disoccupazione dove si legge: “La solidità dei bilanci del settore privato e la spesa pubblica per difesa e infrastrutture continueranno a sostenere la crescita”. Lo staff della BCE ha analizzato anche come la guerra in Medio Oriente potrebbe influire su crescita e inflazione, considerando alcuni scenari alternativi a scopo illustrativo. Secondo tali simulazioni, un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base. La BCE ha concluso così il comunicato: “Le implicazioni per l’inflazione a medio termine dipendono in misura determinante dall’entità degli effetti indiretti e di secondo impatto di uno shock energetico più forte e persistente”. Per definire l’orientamento adeguato di politica monetaria, il Consiglio direttivo seguirà un approccio guidato dai dati in base al quale le decisioni vengono adottate di volta in volta a ogni riunione. In particolare, le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi. Se la Federal Reserve ha scelto di gestire l’incertezza con un prudente “nessuno sa”, la BCE ha deciso di descriverla, mettendo sul tavolo scenari concreti. Così Gabriel Debach, market analyst di eToro, secondo cui quelle delle due banche centrali, americana ed europea, sono due approcci diversi allo stesso problema: da un lato, la Fed lascia aperta ogni possibilità; dall’altro, la BCE cerca di dare contorni chiari alle prospettive, pur senza promettere certezze. In Europa, però, il tema più delicato resta la trasmissione della politica monetaria. Il richiamo esplicito al Transmission Protection Instrument non è casuale: è un promemoria che la BCE non deve considerare solo inflazione e crescita, ma anche stabilità finanziaria. Spread, frammentazione e condizioni di credito sono variabili centrali nel Vecchio Continente, mentre negli Stati Uniti restano sullo sfondo. In questo contesto, Christine Lagarde si muove su un terreno stretto. Da un lato, non può sottovalutare uno shock come quello del 2022; dall’altro, non può reagire troppo presto, come accadde nel 2011 quando la BCE alzò i tassi nel mezzo di una crisi. Debach ha concluso: “Ogni mossa richiede equilibrio, perché lo spazio per errori è minimo. Il messaggio di oggi è un tentativo di mantenere il controllo delle aspettative senza compromettere una crescita già debole. La Fed ha scelto di non forzare il ciclo. La BCE, un giorno dopo ha scelto di non illudersi di poterlo guidare. E in mezzo resta il petrolio. Perché finché sarà il Brent a dettare il ritmo, la politica monetaria potrà solo adattarsi, non anticipare. Il mercato lo sta già prezzando. Ma forse non nella direzione giusta”. Lo scenario geopolitico si presenta molto incerto senza una pace immediata all’orizzonte. In questo caso le banche centrali dovranno attrezzarsi per far fronte ad una economia di guerra. Ma, le guerre, cui prodest? A nessuno. Solo con la Pace nel mondo sarà possibile uno sviluppo economico sostenibile per il bene dell’umanità.


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