menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il socialismo tecnologico nella Quarta Dimensione

20 0
03.08.2026

L’asfissia del Novecento e la necessità del salto qualitativo

Il dibattito politico contemporaneo versa in uno stato di profonda asfissia concettuale. Le forze che un tempo guidavano la critica sociale e la destrutturazione dei rapporti di forza economici si trovano oggi prigioniere di categorie analitiche obsolete, ereditate da un Secolo Breve ormai tramontato.

Se vogliamo che il socialismo tecnologico smetta di essere una timida riforma dell’esistente, una mera redistribuzione delle briciole del capitalismo cibernetico, dobbiamo compiere un salto qualitativo radicale. Dobbiamo proiettare la nostra analisi nella sua vera terra d’elezione: la «quarta dimensione» della politica. Per le colonne dell’Avanti!, giornale che ha fatto della comprensione delle svolte storiche e delle fratture epocali la sua bandiera, questo non significa rinnegare la giustizia sociale, ma elevarla alla sua massima potenza interpretativa. Significa guardare oltre i vecchi steccati ideologici che hanno frammentato le risposte popolari e applicare le lenti della Quarta Teoria Politica.

È giunto il momento di riconoscere che il conflitto odierno non si consuma più lungo l’asse orizzontale della vecchia topografia parlamentare tra destra e sinistra storiche, ma lungo un asse verticale che contrappone lo sradicamento economico globale alla stabilità dei popoli e delle loro culture.

La tecnica, nel contesto del capitalismo maturo, non rappresenta più soltanto un insieme di forze produttive e di macchinari contesi tra il padrone e l’operaio, secondo i canoni della vecchia economia politica classica. Essa si è trasformata nell’arma definitiva con cui il liberalismo vuole realizzare la deregolamentazione totale dell’esistenza, sradicando l’identità profonda delle comunità umane.

Le prime tre teorie politiche della modernità — il liberalismo individualista, il comunismo classico e il fascismo — sono state storicamente superate, esaurite o, peggio, assorbite dal trionfo del post-liberalismo tecnologico. Quest’ultimo, incarnato dal potere delle Big Tech, non mira semplicemente a estrarre plusvalore dal tempo di lavoro. Il suo obiettivo profondo è la dissoluzione dell’essere umano in quanto soggetto relazionale e storico. Il cittadino viene ridotto a un atomo algoritmico, un profilo di dati intercambiabile, privato di legami organici, di memoria storica e di radici territoriali. Il socialismo tecnologico, se intende configurarsi come una reale forza d’urto e non come una variante progressista della governance di mercato, deve fare propria una nuova mappa concettuale.

La critica dell’economia politica deve saldarsi indissolubilmente con la critica della modernità liquida, individuando nella tecnica non un idolo neutro da adorare, ma il terreno di una decisiva contesa per la sopravvivenza stessa delle specificità umane. La frammentazione sociale indotta dalle piattaforme digitali ci impone di superare la vecchia idea di classe intesa come pura sommatoria economica. Oggi il lavoratore non è solo espropriato del tempo, ma è privato della sua stessa appartenenza comunitaria.

Per questa ragione, l’orizzonte concettuale deve allargarsi. Non possiamo più permetterci di analizzare i fenomeni della Rete utilizzando il vecchio apparato concettuale del materialismo volgare, che vedeva nella sovrastruttura culturale un semplice riflesso automatico dei rapporti di produzione. La cultura, l’identità, il legame profondo con il territorio e la memoria storica sono oggi i veri bersagli macroeconomici del capitalismo digitale. Smantellare questi legami significa creare il consumatore perfetto: un individuo nomade, instabile, costantemente ridefinibile dai flussi di mercato e privo di qualsiasi punto di ancoraggio etico o sociale.

Il salto qualitativo che proponiamo consiste precisamente nel rovesciamento di questa dinamica. Il socialismo tecnologico deve smettere di rincorrere le rivendicazioni interne al modello liberale, come la semplice richiesta di maggiori tutele algoritmiche o di una tassazione marginale sui profitti delle grandi multinazionali. Dobbiamo invece porre la questione della proprietà e della direzione strategica dell’infrastruttura tecnologica come un prerequisito fondamentale per la sopravvivenza delle comunità umane.

È una battaglia per il diritto all’esistenza storica dei popoli, una sfida che si gioca sulla capacità di dominare la tecnica anziché lasciarsi dominare da essa. Il capitalismo delle piattaforme ha edificato una struttura di dominio che supera e scavalca le vecchie forme di controllo statale e poliziesco. La Silicon Valley non è soltanto un distretto industriale situato in California; è il centro radiante di un’antropologia artificiale che concepisce il mondo come un mercato unico, indifferenziato e costantemente interconnesso. In questa biosfera digitale, le specificità culturali, le tradizioni locali e le identità nazionali vengono codificate come “inefficienze di sistema”, attriti strutturali da eliminare per fluidificare la circulation dei capitali, delle merci e dei consumi standardizzati.

L’errore fatale di gran parte del pensiero critico contemporaneo è stato quello di interpretare la digitalizzazione come uno strumento neutro di emancipazione o, al massimo, come un nuovo mezzo di produzione da democratizzare attraverso le vecchie formule del laburismo o del welfare state. Non si coglie, in questo modo, la natura intrinsecamente totalitaria della governance algoritmica. Gli algoritmi che regolano i flussi informativi, la logistica globale e la profilazione degli utenti non sono specchi neutrali della realtà, ma vettori ideologici precisi. Essi incorporano la logica mercantile del profitto, della quantificazione assoluta dell’esistenza e dell’individualismo radicale. All’interno di questo modello, la sovranità democratica viene svuotata dall’interno. Le decisioni........

© Avanti!