Quando il sospetto diventa un metodo
«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».
La celebre massima attribuita ad Andreotti racconta qualcosa di radicato nella cultura pubblica
Di Niccolò Maria Ricci
«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».
La celebre massima attribuita ad Andreotti racconta qualcosa di radicato nella cultura pubblica italiana: il sospetto elevato a forma di conoscenza.
Non so che cosa sia successo. Non posso dimostrarlo. Non possiedo una prova. Però conosco gli uomini e immagino il peggio. Poi magari ci azzecco.
È un atteggiamento antico, che può trovare alimento anche in un certo moralismo di matrice cattolica. E, andando più indietro, allo stesso cristianesimo, sembra connaturato a un certo pessimismo antropologico profondamente radicato nelle culture levantino-mediterranee. Basta ricordarsi di Esiodo e del suo pessimismo sulla natura umana, quasi che l’uomo fosse portato naturalmente a commettere errori e a compiere il male.
La modernità politica e giuridica, però, ha provato a costruire il metodo contrario.
Dall’Illuminismo in avanti abbiamo edificato istituzioni fondate su un principio: non importa quanto un sospetto appaia plausibile, bisogna dimostrarlo.
Servono fatti, prove, procedure. È uno dei fondamenti dello Stato di diritto. E dovrebbe esserlo anche del giornalismo d’inchiesta.
Eppure una parte dell’informazione italiana sembra essersi sviluppata secondo una logica differente.
Prendete un fatto vero. Aggiungete una frequentazione, una telefonata, una coincidenza. Infine ponete la domanda fatale: «Possibile che nessuno sapesse?».
Formalmente non avete accusato nessuno.
Ed ecco servito il giornalismo del sospetto.
È qui che il caso........
