Non sono dazi ma un muro tariffario
Sui giornali italiani concentrati sulle chiacchiere politiche della legge elettorale e delle preferenze poco o nulla è passato sui dazi entrati in vigore alle 00:01 di venerdì, sulle importazioni statunitensi da 60 paesi. Non è la riedizione del round di wrestling del Liberation day di aprile 2025 ma sono molto di più. E’ un muro tariffario. Quasi impossibile da demolire anche se Trump dovesse andarsene. Ma non se ne andrà. L’amministrazione Trump ha imposto queste nuove tariffe doganali giustificate come una misura per combattere il lavoro forzato, ma che secondo i critici fanno parte di una più ampia campagna del presidente volta a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni. Trump è veramente sfortunato! per una volta che è dalla parte dei lavoratori sfruttati viene criticato!. Difatti la motivazione più rilevante, che guarda soprattutto alle decisioni dei Tribunali e della Corte Suprema, è che i dazi colpiscono le importazioni di merci prodotte con il lavoro forzato e rendono fuori mercato i prodotti realizzati negli Stati Uniti da lavoratori meglio retribuiti. Le nazioni che, secondo gli Stati Uniti, non hanno leggi che vietano tali merci, come Cina, Regno Unito e Giappone, sono soggette a dazi del 12,5%. Quelle che hanno tali leggi ma non le applicano, tra cui l’Unione Europea, sono soggette a dazi del 10%. Queste nuove sono entrate in vigore proprio alla scadenza dei dazi temporanei del 10% su tutte le importazioni introdotte in seguito alla sentenza della Corte Suprema di febbraio 2026 che aveva invalidato le tariffe del “Liberation Day”.
Il mercato finanziario ha rivalutato i dazi
Perché è un muro tariffario. Gli aspetti da valutare sono tre. Intanto quello legale. I nuovi dazi sono il risultato di un’indagine durata mesi condotta dall’ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, una procedura obbligatoria ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974 su........
