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Le categorie della dottrina Maga. La nuova guerra di Trump

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15.04.2026

Davvero azzeccata la vignetta di Osho: il Vaticano non deve avere la bomba nucleare. E forse oltre le intenzioni del vignettista, davvero per Trump la “minaccia” di un Papa comunicatore sembra equivalere a quella di una potenza nucleare nemica. La novità degli ultimi avvenimenti non è rappresentata dal fatto che l’aggressione del presidente degli stati Uniti d’America al Papa ha rimesso in fila le categorie della storia e le ha riproposte attraverso i media all’opinione pubblica, per l’ennesima volta nell’anno e mezzo trascorso di potere maga. La novità è che questa volta si ripresentano tutte insieme. Il diritto e la forza, il sovranismo e l’universalismo, la politica e la morale, la pace e la guerra, l’ordine e il disordine, l’unilateralismo e il multilateralismo, oggi tengono tutte insieme il campo dell’informazione. L’opposizione più evocata è tra autorità morale e potere statale, e in area americana The Washington Post parla di “historic and escalating public feud”, enfatizzando la dimensione di scontro politico, mentre The New York Times interpreta il confronto come una sfida morale alla politica americana, e il New York Post insiste sull’idea che il Papa debba “stay out of politics”. L’aggressione verbale del presidente degli stati Uniti d’America nei confronti del Papa nasce da un passaggio decisivo: quando qualche giorno fa ha invitato i congressman americani a opporsi alla guerra in Iran e ha affermato che la politica di Trump “non risolve nessun problema”, il Papa ha oltrepassato il tradizionale ambito religioso per entrare pienamente nella sfera politica. Leone XIV ha sentito l’urgenza di un appello alla ragione di fronte alla incapacità di Donald Trump di valutare le enormi conseguenze delle proprie decisioni per gli Stati Uniti e per il mondo. È anche probabile che sia corretta la percezione dell’intervento del Papa non come un episodio isolato ma come il tentativo di ristabilire un primato morale della Chiesa cattolica su scala globale, su una dimensione che non riguarda solo i credenti ma l’intera comunità internazionale. Il conflitto che ne sta derivando non può essere ridotto a una contrapposizione confessionale tra cattolici ed evangelici americani, né a una semplice dinamica interna alla politica statunitense, pur assai rilevante se si considerano il ruolo degli ambienti evangelici e il sostegno del vicepresidente Vance alle scomposte dichiarazioni di Trump, verosimilmente motivato anche da calcoli elettorali, considerato che la forza elettorale degli Evangelici assicurò la vittoria di Trump in Stati come l’Illinois dove l’esito delle elezioni è tradizionalmente incerto. Piuttosto, alcuni osservatori vi hanno riconosciuto un’eco storica più profonda, che richiamerebbe il conflitto medievale tra potere spirituale e potere temporale. Il paragone è suggestivo ma del tutto fuorviante e Leone XIV ha subito chiarito che egli non sta partecipando ad alcun dibattito politico e tantomeno a uno scontro polemico. Il conflitto c’è ed è in corso ma è tra due principi fondamentali dell’ordine internazionale: da un lato la sovranità, incarnata da Trump e dagli Stati Uniti, come diritto dello Stato a decidere autonomamente, usare la forza e difendere i propri interessi; dall’altro l’universalismo rappresentato dal Papa, fondato su diritti universali, pace e limiti etici al potere. Prospettiva che pone Trump come rappresentante del primato della nazione mentre il Papa incarna il primato dell’umanità. Due logiche non semplicemente diverse, ma strutturalmente incompatibili. La sovranità accetta il conflitto e la guerra come strumenti legittimi, mentre l’universalismo li rifiuta come moralmente inaccettabili. La contrapposizione richiama la tensione classica tra la visione hobbesiana dell’ordine, basata sulla forza, e quella kantiana fondata su principi universali e sulla pace. È qui il felice paradosso del Papa americano: provenendo dallo stesso contesto nazionale di Trump ma opponendosi al nazionalismo, Leone XIV acquisisce una credibilità globale ancora maggiore. In un certo senso gli Stati Uniti producono simultaneamente un leader della sovranità e un leader dell’universalismo. Il nodo della guerra in Iran rende questa opposizione particolarmente evidente. Trump difende la minaccia militare come strumento politico, mentre il Papa la condanna parlando di “illusione di onnipotenza” e criticando una “diplomazia basata sulla forza”. Leone XIV ha affermato che il potere deve fondarsi sul “bene comune” e su “virtù, non forza materiale”, e ha definito le minacce di guerra “truly unacceptable”. Il dissenso quindi non riguarda una singola crisi ma la definizione di ciò che è legittimo fare nel mondo. Il Papa “fa politica” perché in un modo, forse non inedito ma assordante, la politica invade il terreno morale. Trump utilizza un linguaggio spesso religioso e talvolta messianico mostrando di soffrire la capacità del Papa di richiamare principi etici universali. È Trump a cercare una disputa anche su chi abbia il diritto di parlare a nome della morale globale. E certo questo tentativo segnala una frattura più ampia nel campo occidentale. Se in passato Stati Uniti e Vaticano potevano essere considerati parte di uno stesso blocco morale, oggi divergono su questioni centrali come la guerra, i diritti e il ruolo della religione. Si delineano così due modelli di leadership globale: da un lato quello di Trump, fondato su potere militare ed economico e legittimato dal consenso elettorale; dall’altro quello del Papa, basato su autorità simbolica e morale e su una legittimazione universale che supera i confini degli Stati, configurandosi come una forma di “soft power” alternativo. Non a caso alcuni think thank internazionali parlano di ulteriore e gravissimo problema di governance globale e di coordinamento tra alleati. In gioco dunque sono i rapporti tra Stati Uniti e Vaticano, ma soprattutto lo è la definizione delle regole dell’ordine internazionale.


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