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Il precipizio elegante del pensiero incompiuto di Alessandro Giuli

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28.07.2026

Esistono figure politiche nate per polarizzare, per tracciare solchi profondi tra il “noi” e il “loro”, capaci di incendiare gli animi e dividere le piazze tra sostenitori fanatici e oppositori feroci.

E poi c’è Alessandro Giuli. Il Ministro della Cultura è riuscito in un’impresa che è sfuggita ai padri costituenti e ai più raffinati ingegneri elettorali: creare un fronte unico nazionale, una sorta di ecumenismo del non-detto. Non si tratta di un’intesa sui programmi o di una visione condivisa del futuro, sia chiaro, ma di una tregua armata del pensiero, un armistizio intellettuale che nasce dalla pura perplessità. Davanti alle sue performance oratorie, l’elettorato di destra e quello di sinistra depongono improvvisamente le armi e si scambiano lo stesso sguardo: quello smarrito, un po’ lucido e un po’ rassegnato, che si riserva a certi parenti eccentrici che, durante il pranzo di Natale, decidono di spiegare l’ontologia tra un primo e un secondo, mentre il resto della tavola vorrebbe solo passare al panettone.

Giuli non accende passioni e non nutre fazioni; unisce nel disagio. È il volto di un momento collettivo di sospensione, una parentesi in cui l’Italia intera trattiene il fiato, non per l’ansia dell’attesa di una rivelazione messianica, ma per il timore istintivo di un imminente naufragio grammaticale o concettuale.

​Il vero capolavoro involontario di Giuli resta però la riabilitazione postuma e quasi commovente del suo predecessore. Gennaro Sangiuliano era una figura tellurica, quasi fisica nella sua irruenza: una sorta di Treccani consultata freneticamente e poi declamata con l’enfasi di un audiolibro difettoso........

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