Enrico III in scena al teatro Argentina di Roma
Tutto in questo spettacolo, è immerso nel colore malva, malva come la malvagità. Tutto è immerso nel viola, il colore da sempre odiato dai teatranti, il colore della violenza e del violino, lo strumento del demonio, il colore della peste che è scoppiata e aleggia sui personaggi come l’ombra di una maledizione. Viola la scenografia ideata da Guido Buganza, violacei i bei costumi eleganti e fiabeschi di Ilaria Ariemma e il trucco e parrucco di Bruna Clavaresi. Tutto è violaceo, intorno al grande tavolo ovale al quale ci si siede per spartirsi il potere, sotto la bara di Enrico VI di Lancaster che è fonte di luce che incombe dall’alto. Tutto tranne l’abito di Riccardo III, duca di Gloucester, il protagonista deforme, perverso e spietato, nero come la morte, nero come l’infamia che è la vera morte dell’anima. Tutto tranne l’abito del principe inconsolabile candido come l’innocenza, come la giovinezza.
L’ Enrico III è forse la tragedia più inquietante di William
Shakespeare, la piece dove viene ideata la ripugnante personalità psicopatica di Riccardo III, reso tale dalla duchessa di York, madre di gelida anaffettività, che lo ha rifiutato e sempre disprezzato, come l’autore sa lasciare intendere con la geniale capacità introspettiva che lo caratterizza. Personalità psicopatica che ha come unica ambizione nella vita la conquista del potere e sottilmente e brutalmente diffonde il male e la disperazione tutto intorno a sè.
L’opera fu scritta nel 1592, un secolo dopo gli avvenimenti narrati, quanto in tutta l’Inghilterra il ricordo di quanto accaduto alla fine del ‘400 era ancora molto vivo e oggetto di racconti e riflessioni. La guerra tra le famiglie York e Lancaster, la guerra tra le due rose, i due rami cadetti dei Plantageneti, con tutto il suo carico di sangue e di orrori si era conclusa con l’affermazione della dinastia Tudor e il vero Riccardo III era stato sconfitto da Enrico Tudor nel 1485, nella battaglia di Bosworth, che segnò la fine della guerra dei trent’anni, la fine del Medio Evo e il ritorno della pace nel paese.
La riduzione e adattamento della tragedia shakepeariana di Angela Dematté, con regia di Andrea Chiodi, in questi giorni alla ribalta al teatro Argentina di Roma, è intensa e potente seppure non del tutto fedele all’originale. Straordinaria e straniante l’interpretazione dell’attrice Maria Parlato che sorprendentemente il regista ha voluto nel ruolo maschile del protagonista, ottima la performance di tutti gli altri attori. Un’osservazione meritano le originali musiche di Daniele D’Angelo capaci di evocare atmosfere di di allarmi spettrali, di disperazioni inconsolabili, di oscura incombente minaccia, l’atmosfera che lo psicopatico sa creare intorno a sé.
Teatro Argentina. Di: William Shakespeare; Riduzione e adattamento: Angela Dematté; Regia: Andrea Chiodi; Con: Maria Paiato; e con: Riccardo Bocci; Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo; Scene: Guido Buganza; Costumi: Ilaria Ariemme; Musiche: Daniele D’Angelo; Luci: Cesare Agoni; Trucco e parrucco: Bruna Calvaresi; Assistente alla regia: Francesco Biagetti; Assistente ai costumi: Valentina Volpi; Produzione: Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
