Così la sanità pubblica sta consegnando il territorio ai privati
Da oltre quindici anni la politica promette di riformare la medicina territoriale. Patti, decreti, tavoli tecnici, riforme e piani strategici si sono susseguiti. Sono cambiate le sigle, i governi e gli slogan.
Una cosa, invece, non è cambiata: la distanza tra ciò che si promette e ciò che accade davvero. E oggi quella distanza rischia di diventare un abisso. Il medico di famiglia, per decenni uno dei pilastri del Servizio sanitario nazionale, è stato progressivamente lasciato solo: schiacciato dalla burocrazia, caricato di nuovi compiti, privato di strumenti e risorse adeguate, mentre la domanda di salute diventava sempre più complessa. Nel frattempo, i medici di medicina generale diminuiscono.
In dieci anni ne sono scomparsi oltre settemila e migliaia sono prossimi alla pensione. Il ricambio non basta a colmare i vuoti. In molte realtà trovare un medico di riferimento è diventato difficile e chi è ancora in servizio deve assistere un numero crescente di pazienti, in condizioni sempre più gravose. Non è una sorpresa. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità, le fragilità sociali e il bisogno di assistenza domiciliare indicavano da anni una sola direzione: rafforzare il territorio.
La politica ha scelto di rimandare. Poi è arrivata la pandemia, mostrando ciò che molti già sapevano: gli ospedali non possono essere l’unica risposta ai bisogni di una popolazione che invecchia e convive sempre più a lungo con malattie croniche. Senza prevenzione, assistenza domiciliare, medicina........
