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Maria Grazia Focanti alla prova di Kandinskij

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01.04.2026

Vi è, nel titolo Nel grembo dell’azzurro, una tensione semantica che pare già forma, anzi: forma in atto. “Grembo” è parola terrestre, prossima al calore, alla sostanza, al peso generativo della materia; “azzurro”, viceversa, inclina verso l’immateriale, verso una regione di distanza e di sospensione, posta fra cielo e acqua, fra apertura e profondità. In tale urto fecondo—che non è contraddizione, bensì intervallo produttivo—si potrebbe leggere una delle costanti più sottili dell’arte moderna: la necessità di tenere insieme ciò che la sensibilità avverte come opposto, di farne una soglia di conoscenza. La mostra, allestita presso la casa vinicola Garofoli, a Castelfidardo, sarà visitabile fino al 27 aprile. È qui che la figura di Vasilij Kandinskij si rivela non già come richiamo erudito o citazione ornamentale, bensì come strumento critico capace di illuminare la ricerca di Maria Grazia Focanti (Jesi, 1961) nel suo nucleo più tenace: la vocazione simbolica, meditativa e conoscitiva della pittura, intesa non come riproduzione del visibile, ma come evento interiore. La mostra, nel contesto della Casa Vinicola Garofoli di Castelfidardo, dal 7 marzo al 27 aprile, entro il circuito di Visit Industry Marche, si offre infatti come ambiente di contemplazione: non un itinerario cronologico, ma un attraversamento per nuclei poetici, in cui la pluralità dei registri confluisce in una profonda coerenza. Ed è proprio tale coerenza a indurci a pensare a Kandinskij come risposta a una “necessità interiore”: una ragione non esterna, non descrittiva, ma spirituale, nel senso laico e rigoroso che l’artista russo attribuiva al termine.

1. L’azzurro: “necessità interiore” Nel suo pensiero, Kandinskij sottrae il colore alla funzione ancillare di veste del mondo e lo restituisce a una dignità primaria che agiste come effetto catalizzatore. Le sue sfumature possono, per usare le sue parole più celebri, una forza di risonanza psichica: non “rappresenta” un oggetto, ma suscita una vibrazione, un moto interno, un’eco. In tale senso, l’azzurro non è semplicemente una tinta; è un principio di allontanamento e, insieme, un invito all’ascolto. Più l’azzurro si intensifica, più tende—direbbe Kandinskij—verso la profondità, verso un interno che non si lascia possedere, ma soltanto frequentare. Ora, l’azzurro di Focanti—quando si impone come campo dominante o quando trapela come luce interrotta—non è mai “sfondo”: non sostiene la scena, ma la produce, o la mette in crisi, o la sospende. Esso funziona come soglia percettiva e mentale: non definisce un luogo, bensì un modo dell’apparire. In tal senso, il titolo della mostra non è mero emblema poetico: è una dichiarazione di poetica. Nel “grembo” la forma è ancora in gestazione; nell’“azzurro” la forma, pur emergendo, resta aperta, non definitiva, consegnata a un moto di rivelazione frammentaria. Proprio qui si annida un punto di contatto profondo con Kandinskij: l’opera non come oggetto chiuso, ma come processo; non come conclusione, ma come passaggio.

2. Origini e figura: il corpo come matrice, non come ritratto Negli esordi della ricerca di Focanti, la figura umana—spesso femminile—affiora in uno stato aurorale: emerge dalla superficie con instabilità deliberata, attraversata da colature, trasparenze, fratture del segno. Il corpo, in questa fase, non è mai semplice soggetto rappresentato; è matrice dell’esperienza, luogo in cui la vita si manifesta nella sua nudità primigenia, prima di ogni sovrastruttura. La figura, più che affermarsi, si forma; più che mostrarsi, si........

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