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Da Mao a Trump, vince chi decide cosa conta come vittoria

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28.03.2026

“La guerra del nemico, concepita per una rapida campagna strategica, è destinata a trasformarsi in una guerra prolungata”. È una frase che oggi potrebbe essere pensata a Teheran. Perché il primo rischio delle potenze superiori non è non saper colpire. È non capire che cosa accade quando il colpo non basta a chiudere la partita. E invece, è una citazione di Mao Zedong.

Siamo nel 1938 durante la guerra contro il meglio preparato e attrezzato Giappone. La Cina non poteva vincere subito, ma poteva impedire al Giappone di vincere presto. È la differenza tra una vittoria tattica e una vittoria strategica. Entra in scena Mao con una delle idee più importanti della strategia moderna: la guerra prolungata. Sostiene che, dato che il nemico è più forte e la Cina più debole, sarebbe suicida cercare una soluzione rapida; bisogna invece accettare una guerra lunga, evitare l’annientamento, logorare l’avversario, mobilitare la popolazione e trasformare il vantaggio iniziale giapponese in un peso crescente. In sostanza: se il forte non riesce a chiudere presto, il tempo smette di essere neutrale e inizia a lavorare contro di lui.

Mao riesce a ridefinire il concetto di cosa rappresenti una vittoria. È una lezione che riguarda tutti noi molto più di quanto vorremmo ammettere. Non riguarda soltanto i missili, i generali, i negoziati, i prezzi del petrolio. Riguarda una cosa molto più quotidiana e potente: il racconto. Chi riesce a far apparire la propria versione dei fatti come quella naturale, ovvia, quasi inevitabile, parte già con un vantaggio enorme.

È quello che si vede oggi nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Gli americani raccontano la guerra come efficacia: precisione, rapidità, controllo, forza che ristabilisce l’ordine. Gli iraniani la raccontano come resistenza: dignità, sopravvivenza, capacità di non piegarsi. I primi vendono performance. I secondi vendono permanenza. I primi promettono di risolvere. I secondi promettono di restare in piedi.

Nel suo articolo sul Guardian, Patrick Wintour parla di........

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