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Tutti nel Board of Peace
Adesso che è venuto fuori che anche mezza Europa (Bulgaria, Repubblica Ceca, Cipro, Grecia, Polonia, Slovacchia, Croazia, Olanda, Finlandia, Austria e, dulcis in fundo, Germania) parteciperà come osservatrice al Board of Peace for Gaza inviando ministri degli Esteri, alti dirigenti ministeriali, ambasciatori e consiglieri del capo dello Stato, forse i deputati dell’opposizione in Parlamento che tanto hanno sbraitato contro la partecipazione dell’Italia come osservatrice all’organismo suddetto si ricomporranno un po’ e riprenderanno il loro posto seduti.
Avevano dimenticato in fretta quel passaggio del discorso del primo ministro canadese Mark Carney che avevano tanto applaudito a Davos: «Se non siamo al tavolo, siamo nel menu». Massima che hanno ben presente i 35 capi di Stato e di governo che andranno a Washington perché i loro paesi sono membri effettivi dell’organismo, così come i paesi presenti come osservatori allo stesso modo dell’Italia.
A scuola da quel genio (del male) di Erdogan
I partiti e i politici italiani che si sono opposti alla nostra partecipazione dovrebbero andare a scuola da Recep Tayyip Erdogan, il più abile e geniale (genio del male) capo di governo dell’area comprendente l’intera Europa e le due sponde del Mediterraneo per quanto riguarda la capacità di un esecutivo di perseguire gli interessi strategici del proprio paese.
Dice: no, Erdogan è un leader autoritario, nemico dello stato di diritto e della democrazia, non vado a scuola da lui. Certamente lo è, ma è anche il capo della Turchia con cui l’Unione Europea governata dalla coalizione popolari-socialisti-liberali ha concluso fior di accordi, come quello sull’ospitalità in terra turca dei profughi della guerra civile siriana, per il quale gli sono stati versati 6 miliardi di euro, e come quelli per la realizzazione del Tanap e del Tap, gasdotti strategici per lo sviluppo del Corridoio meridionale, quello che porta energia dal Caucaso in Europa. Accordi conclusi senza far caso al fatto che dal 1974 la Turchia occupa militarmente metà del territorio di un paese membro dell’Unione Europea: Cipro. Unione Europea che, fra parentesi, partecipa al Board of Peace come osservatrice.
Il Board of Peace è una struttura affaristica, colonialista in quanto non coinvolge esponenti palestinesi, alternativa alle Nazioni Unite di cui delegittimerebbe il ruolo, centrata sul protagonismo di un presidente americano dagli umori imprevedibili? La Turchia, che fa il tifo per Hamas, ha promosso una flottiglia bis per inviare aiuti a Gaza, accusa di genocidio Israele e chiede a gran voce che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia arrestato; la Turchia che chiede una riforma delle Nazioni Unite che preveda l’allargamento del numero dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza («Il mondo è più grande di cinque», ha dichiarato Erdogan nel suo discorso all’Onu nel 2019) e l’abolizione o la restrizione del diritto di veto, beh, questa Turchia partecipa al Board of Peace non come osservatrice ma come membro effettivo.
Perché? Perché i turchi sono più intelligenti dei segretari dei partiti che in Italia stanno all’opposizione del governo. E capiscono bene che se il presidente del paese più potente del mondo promuove un’iniziativa multilaterale che può determinare un cambiamento degli equilibri nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, starsene fuori è puro autolesionismo. L’Italia, che ha i suoi interessi strategici principali nel Mediterraneo e nelle regioni ad esso adiacenti, non può non ragionare come Ankara se non vuole scivolare nel tafazzismo.
Il doppiopesismo di Macron
Dice: ma la Francia, l’altra potenza mediterranea insieme a Italia e Turchia (la Spagna non conta, la Spagna è potenza oceanica, guidata dagli interessi strategici che ha in America Latina), non partecipa né come membro effettivo, né come osservatrice, e ha pure protestato in sede Ue perché Bruxelles ha deciso di mandare suoi rappresentanti. Ma per forza: la Francia, diversamente dall’Italia e dalla Turchia (e da Grecia, Marocco, Egitto, Cipro e Croazia, gli altri paesi mediterranei che sono membri od osservatori del Board of Peace) dispone di un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu come membro permanente con diritto di veto. È ovvio che veda nel Board of Peace un pericoloso concorrente dell’organismo (il Consiglio di sicurezza) dentro al quale dispone di un potere superiore a quello di tutti gli altri paesi affacciati sul Mediterraneo.
Oppure credete davvero che Macron abbia a cuore la centralità delle Nazioni Unite come presidio del diritto internazionale e il ruolo della Ue che dovrebbe difenderla anziché legittimare deviazioni come il Board di Trump? In Francia non hanno mai governato i sovranisti, eppure nessun governo francese, compreso quello di Macron che per festeggiare la sua prima elezione presidenziale fece suonare l’Inno alla gioia prima della Marsigliese e sventolare la bandiera blu a dodici stelle, ha mai pensato di cedere il proprio seggio permanente Onu all’Unione Europea. E oggi non pensa nemmeno per un attimo che la “Coalizione dei volonterosi” rappresenti un indebolimento della politica Ue nei riguardi del conflitto russo-ucraino.
Due pesi e due misure: se Trump promuove un’aggregazione che può essere percepita come un doppione delle Nazioni Unite e frutto di un segreto intento di soppiantarle, la manovra va contrastata; se francesi, tedeschi e polacchi creano un format parallelo alle istituzioni incaricate della politica estera Ue (il Consiglio europeo presieduto da Antonio Costa e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas) invece è tutto normale, anzi la cosa va lodata perché partecipano anche i britannici.
Quali speranze per Israele e Palestina
Il Board of Peace favorirà la pace a Gaza e una soluzione equa dell’annosa crisi israelo-palestinese? Niente è meno sicuro. Ma ci sono riuscite le Nazioni Unite da ottant’anni a questa parte? Le Nazioni Unite che nel 1947 hanno deciso la spartizione del mandato britannico in Palestina fra israeliani e palestinesi, ma non sono state capaci di farla rispettare? Certo, si può seguire il suggerimento di Erdogan: convincere i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu a rinunciare al diritto di veto, allargare il numero dei partecipanti allo stesso o ampliare i poteri dell’Assemblea generale, approvare a maggioranza una soluzione, inviare truppe con mandato Onu per imporre la soluzione sul terreno qualora le parti (Israele, Hamas, l’Autorità nazionale palestinese) non intendano accettare la decisione. “Vaste programme”, avrebbe commentato il generale Charles de Gaulle.
Intanto si potrebbe cominciare con qualcosa di più circoscritto ma non trascurabile: perorare la causa di una rappresentanza palestinese all’interno del Board of Peace. Magari far dipendere una partecipazione piena anziché come osservatori dall’allargamento del Board ai palestinesi. Sarebbe la differenza fra fare politica in un modo serio, quindi realista, e imitare Tafazzi per fare un dispetto a Trump.
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