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Marco Biagi, giuslavorista cattolico
Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo l’introduzione di Maurizio Sacconi al convegno “Marco Biagi, giuslavorista cattolico” organizzato dagli Amici di Marco Biagi, il network Ditelo sui Tetti, l’Istituto Bruno Leoni e l’associazione Labora e tenutosi a Roma il 10 marzo presso la Camera dei deputati.
Da ben 24 anni ricordiamo puntualmente nel mese di marzo il tragico contrasto tra le straordinarie intuizioni progettuali di un uomo mite impegnato per il bene comune e l’assurdo attentato che ne ha spezzato la vita. Lo abbiamo sempre fatto analizzando l’attualità delle sue proposte anche per il persistere delle resistenze ottuse alla loro compiuta attuazione.
Quest’anno abbiamo ritenuto di scavare nella profondità della sua visione fino alle radici cristiane del metodo e del merito. Operazione che ci è parsa necessaria non solo per rendere giustizia al valore della sua opera ma anche per riproporre nel dibattito pubblico sul lavoro l’utilità del pensiero cattolico liberale, l’unico che come affermano alcuni studiosi ha una originale identità nazionale. Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini ne sono evidente testimonianza. Potremmo sintetizzarlo nella convinzione per cui i principi cristiani e lo strumento della libertà si alimentano reciprocamente. Tanto i primi, a partire dalla ricchezza della persona in sé e nelle sue proiezioni relazionali, si possono realizzare solo in un contesto di libertà economiche e civili, quanto queste trovano nei principi della nostra tradizione il naturale regolatore del loro esercizio.
Marco Biagi era cattolico praticante e impegnato. Si dichiara esplicitamente credente quando incontra l’Ufficio della Pastorale per il lavoro della Cei per spiegare il Libro Bianco sul futuro del mercato del lavoro. In quella sede egli afferma: «Mi è particolarmente di aiuto riflettere nell’ambiente della Chiesa a cui appartengo e in cui credo». Lo riconosce tale anche il grande arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi nell’omelia pronunciata in occasione delle sue esequie quando parla di «una vita così spiritualmente ricca e… nobilmente motivata».
La sua appartenenza alla comunità cristiana è alla base del suo impegno pubblico. Anche nella breve militanza in quel Movimento Politico dei Lavoratori di Livio Labor che confluirà poi nel partito socialista.
Gli è quindi naturale rifiutare la massificazione dei lavoratori in una classe indistinta secondo un criterio astratto di lettura delle dinamiche sociali. Preferisce partire nel metodo dalla attenta osservazione della realtà in tutte le sue molte sfaccettature. È la persona, ciascuna persona, il termine di riferimento e cosi vede ciò che gli occhi foderati dall’ideologia non vedono. Parla di lavori al plurale perché il mondo è vario. Non ci sono solo gli operai delle grandi fabbriche con i loro contratti permanenti, che peraltro intuisce stiano riacquistando un volto, la loro originalità, con il superamento delle produzioni seriali e dei lavori ripetitivi. E non ci sono solo le forme più odiose di lavoro nero ma anche gli impieghi intermittenti, i “lavoretti” occasionali della vendemmia breve, della collaborazione domestica saltuaria, delle stesse lezioni private che sono sistematicamente irregolari. E poi lui vede ciò che l’ipocrisia dominante allora non voleva vedere. Quella sorta di vendetta della realtà che erano i circa due milioni di collaborazioni coordinate e continuative, totalmente sregolate se non per qualche profilo fiscale e previdenziale. Quando poi alza lo sguardo dalla realtà e si affida alla statistica, per la prima volta, segnala non tanto il tasso di disoccupazione quanto quello di occupazione per il quale siamo, anche oggi, il fanalino di coda in Europa.
“Quel” lavoratore e “quella” impresa
Se la sua cultura cristiana, lo porta a considerare il lavoro come lo strumento con cui non solo mantenere sé stessi e la famiglia ma anche esprimere la propria personalità e concorrere responsabilmente al bene della comunità, ne consegue il rifiuto della rassegnazione alla inattività di molti e la indicazione ai decisori di due obiettivi fondamentali. La crescita del tasso di occupazione per ampliare la platea di coloro che trovano realizzazione attraverso una vita attiva e la produzione di lavori di qualità per superare in primo luogo ogni forma sommersa e garantire tutele fondamentali a tutti. È un approccio opposto a quello di chi si concentra sulle avanguardie organizzate tra i lavoratori, sulle tutele privilegiate del singolo posto di lavoro anche se riducono gli occupati, sui diritti separati dai doveri verso gli altri, sull’egualitarismo retributivo che omologa persone diverse.
Se il fine è alto, il metodo può essere anche sperimentale, pragmatico e reversibile. Ciò che conta è che il mercato sia regolato in modo tale che aumenti l’attitudine delle imprese ad assumere, che la crescita economica si produca e proceda di pari passo con quella occupazionale. In Marco tutto era orientato dall’ansia dei risultati, dalla effettività delle norme. Il contrario di chi pratica la coerenza assoluta di ogni passo con il breviario ideologico, a prescindere dagli esiti.
E se l’obiettivo è l’inclusione di quante più persone nel mercato del lavoro, occorrono attività di intermediazione e formazione mirate che non siano autoreferenziali ma che, all’opposto, sappiano tarare i loro servizi sulla originalità di “quel” lavoratore che si offre in relazione a “quella” impresa che lo domanda. Poiché, per convenzione internazionale, questi servizi sono gratuiti per il lavoratore, quanto più sono numerosi e tra loro competitivi tanto maggiori possono essere i risultati in termini di occupati. Per questo Biagi sostenne il ruolo delle agenzie private, ne garantì la polifunzionalità, introdusse lo staff leasing. Il tema è purtroppo attuale perché nonostante la persistente esclusione di giovani e donne, rimane il monopolio del collocamento pubblico per alcune funzioni burocratiche che si configura solo come un freno all’assunzione.
La persona come fine ultimo si ripropone quando disegna l’occupabilità come il risultato di investimenti formativi e di una nuova pedagogia che integri apprendimento teorico e pratico. È sua l’introduzione di due ulteriori tipologie di apprendistato che si configurano come percorsi educativi per l’acquisizione, lavorando, di diplomi, qualifiche, titoli universitari e postuniversitari. In un mercato del lavoro dinamico egli consiglia l’autosufficienza di un lavoratore attrezzato alle frequenti transizioni occupazionali e posto in grado di accedere a continue opportunità di riqualificazione. Questo diritto sostanziale, anche se non sanzionato, vale molto di più dell’articolo 18!
La persona formata ha più possibilità di essere protagonista nel rapporto di lavoro. Marco capisce che il lavoratore avrà sempre più bisogno di senso nel lavoro e l’impresa di persone motivate. Cosi riprende la vecchia idea dei costituenti cattolici sulla partecipazione dei lavoratori anche perché intuisce la rivoluzione tecnologica. Dobbiamo a lui la cultura nel contesto della quale è maturata la stessa iniziativa della Cisl e la volontà politica del Parlamento di produrre la legge attuativa. In un contesto partecipativo il rapporto di lavoro non sarà più mero scambio tra orario e salario ma riconoscimento del valore della persona nella integralità delle sue capacità, per un verso, e delle sue aspirazioni e dei bisogni suoi e del suo nucleo familiare, per l’altro. Dovrà essere remunerata e soddisfatta in proporzione ai risultati cui concorre.
Ne consegue che per Biagi le relazioni collettive di lavoro devono diventare lo strumento per la reciproca adattività tra persone, nella loro interezza considerate, e imprese. Il contratto deve quindi non solo prevalere sulla legge rigida ma anche essere quanto più prossimo. L’omologazione è il contrario del valore di ciascuna persona nel lavoro. Nel file aperto nel mio pc e intitolato a Marina egli descrive il nocciolo del futuro Statuto dei Lavori. Una base di norme inderogabili, coincidenti con il diritto comunitario, e sopra di esse la duttile regolazione contrattuale nelle aziende e nei territori. Mai la sussidiarietà orizzontale era stata cosi potentemente declinata nel diritto del lavoro!
Un artigiano progettista
La persona e la sua relazionalità, la famiglia, la comunità, la sussidiarietà sono quindi i principi e i criteri cui Marco ha ispirato il suo lavoro di artigiano progettista, come amava definirsi. Lo stesso rispetto per l’impresa è quello che si rinviene nella dottrina sociale della Chiesa e nella Rerum Novarum. Fu così necessariamente eversivo dell’ordine imposto, specie in Italia, dalla presenza del più grande Partito comunista dell’Occidente. Anche nella precedente esperienza di rottura, quella della scala mobile, non a caso, ne fu assassinato il protagonista progettuale Ezio Tarantelli. Colpisce quindi, nel rileggere i verbali di quell’incontro presso la Cei, l’ignoranza di coloro tra i delegati che gli rivolgono le critiche subalternamente mutuate dagli ambienti marxisti e non colgono il significato profondo, e cristiano, delle sue novità.
In ventiquattro anni non abbiamo mai ricordato Marco con retorica inutile che sarebbe verso di lui offensiva. Oggi è anche giorno di autocritica. A partire da me che sottovalutai il pericolo cui lo esponevo. Ma anche di coloro che, istituzioni civili e religiose o corpi sociali (non è il caso della Cisl) lo vorrebbero dimenticare perchè scomodo. Sventurato però quel popolo che non riconosce i propri martiri!
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