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Ecco perché il petrolio non tornerà a 60 dollari. E’ finita un’era e non è colpa solo di Hormuz

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17.04.2026

Il petrolio non tornerà a prezzi pre crisi

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Bruxelles, 17 aprile 2026 – Per la prima volta tra gli americani sotto i cinquant’anni i sondaggi restituiscono una quota di favorevoli ai palestinesi superiore a quella dei favorevoli agli israeliani (Gallup, febbraio 2026: 53% contro 23% tra i 18-34, e 46% contro 28% tra i 35-54), che resta maggioritaria solo tra gli elettori più anziani; e questo vale trasversalmente a democratici e repubblicani – almeno nelle coorti più giovani, dove la simpatia repubblicana verso Israele è crollata al 24%, minimo storico.

Il miglior dividendo della pace, se ci sarà, saranno gli Accordi di Abramo estesi all’area; ma è prematuro parlarne.

E il petrolio? Il gas? L’energia? Rivedremo il barile a sessanta dollari? Mai più. Il barile a sessanta era un prezzo fondato su un patto diplomatico, non su una scelta economica.

Il prezzo del petrolio

Partiamo dall’economia. La scelta razionale per chi ha un giacimento a basso costo di estrazione – e solo quelli arabi e del Golfo lo sono – è lasciare che siano i giacimenti marginali, quelli ad alto costo, a fare il prezzo del barile, così da massimizzare il margine.

Basta che OPEC+ avviti la valvola di mezzo giro e il gioco è fatto. Se a dover aumentare la produzione sono i giacimenti in acque profonde, artici o nigeriani, il prezzo del petrolio sale. Fino a dove? Almeno fino a ottanta dollari, che è il valore che manda in pareggio, senza tasse straordinarie e senza prelievi dal fondo sovrano, il bilancio pubblico dell’Arabia Saudita (stima FMI 2025 Article IV: 86,60 dollari al barile per il pareggio del governo centrale; Bloomberg Economics lo colloca a 94; includendo la spesa del Public Investment Fund si sale a 108-111). Con il tempo questa politica rende convenienti sfruttamenti di giacimenti sempre più costosi e questo aumenta il margine del Golfo, dove sotto terra di petrolio ce n’è ancora per circa sessantasei anni di produzione ai ritmi attuali.

Tutto chiaro? Il prezzo razionale minimo del petrolio è di ottanta dollari e dovrebbe crescere, per una nota legge economica dovuta a Harold Hotelling, di qualche dollaro all’anno, per compensare i possessori dei giacimenti che hanno rinunciato a estrarre prima. Questo schema – che possiamo chiamare “ottanta e più” – non ha funzionato negli ultimi anni per ragioni politiche. L’amministrazione americana aveva un duplice interesse al petrolio a buon mercato (intorno ai sessanta dollari): far scendere il prezzo della benzina alla pompa, che sotto Biden è arrivato a una media di mandato di 3,45 dollari al gallone, e colpire i ricavi di Putin per costringerlo alla pace e menarne vanto. In cambio di aprire la valvola delle estrazioni oltre il necessario – fino a produrre un eccesso stimato nell’ordine dei 3-4 milioni di barili al giorno sul consumo mondiale – OPEC+ guidata dall’Arabia Saudita otteneva dall’America l’apertura del proprio mercato dei capitali e la difesa del proprio territorio dalle ambizioni bellicose iraniane.

Ma adesso il re è nudo. Con la guerra si è visto che l’ombrello americano non riesce a difendere le monarchie petrolifere; il mercato finanziario americano ha bisogno di capitali per investire nell’intelligenza artificiale, e il cancello è aperto per chiunque non sia cinese; e infine servono molti miliardi di dollari per riparare i danni di guerra. Morale: l’ora del petrolio – e del gas, il cui prezzo è correlato per l’80% al greggio – a buon mercato è finita per sempre. È stata un intermezzo post-pandemico, ma è finita. Tutto sommato, i consumi mondiali di energia primaria stanno crescendo più rapidamente delle rinnovabili, che hanno il difetto di non poter essere accumulate senza investire nelle reti e nelle batterie capitali che le grandi utility non hanno.

La bolletta energetica italiana, salita al picco storico di 114 miliardi nel 2022 e poi scesa a 51 miliardi nel 2024 (dati Unem-ISTAT), è già tornata a salire sotto la pressione della nuova crisi – ENEA stima per il solo marzo 2026 oltre 2 miliardi di costo del gas importato, con almeno mezzo miliardo in più rispetto alla media dei dodici mesi precedenti. Difficilmente, anche a guerra finita, scenderà stabilmente sotto i 60-65 miliardi.

La vera questione è un’altra: tra i grandi Paesi europei, l’Italia ha la dipendenza energetica più alta, al 74,8% dell’energia primaria, contro il 68% della Spagna, il 66% della Germania e il 45% della Francia (Eurostat 2023). Non basta dire che Spagna e Francia dipendono meno: la Spagna, pur importando quasi quanto noi, ha costruito un mix molto più decarbonizzato, puntando in modo sistematico sulle rinnovabili – al 2030 prevede 27 GW di capacità di elettrolizzatori contro i 5 GW programmati dall’Italia – e il prezzo all’ingrosso dell’elettricità iberica viaggia intorno agli 80 euro per MWh, contro i 136 italiani. La Francia, dal canto suo, ha continuato a fondare la sicurezza energetica sul nucleare.

L’Italia vuole ridurre la propria bolletta energetica? Bene. Quale piano energetico nazionale ha, allora, per farlo davvero?

*Giuseppe Russo è Direttore del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, Torino

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