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Il funambolo Riondino. Fra musica e spettacolo, l’arte di vivere con ironia

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Il cantautore, regista, attore, conduttore fiorentino è morto a 73 anni. Gli esordi nelle case del popolo, la popolarità in tv con Maurizio Costanzo.

Articolo: Morto David Riondino, l’ultimo dei trovatori: dalla Biblioteca Nazionale di Firenze a De André

È sempre stato giovane, David Riondino. Con quella leggerezza profonda, quell’ironia serissima. La capacità prodigiosa di non prendere niente sul serio, e tutto sul serio allo stesso tempo. Di smontare il giocattolo del mondo, con tutte le sue parole, con i luoghi comuni. E di creare qualcosa di sorprendente, ogni volta. Con quella voce gentile, che sembrava sempre ridesse di qualcosa, David Riondino ha danzato sul filo di mille mestieri artistici. È impossibile incasellarlo in una categoria: musicista, attore, autore di teatro, regista di cinema, autore satirico, organizzatore culturale.

Riondino è scomparso ieri, nella sua casa di Roma, a 73 anni. Ne ha dato notizia l’illustratrice e scrittrice Chiara Rapaccini, sua amica fin dagli anni ’70, nella Firenze animata da fremiti artistici e politici. Lì era nato il collettivo Victor Jara, fondato proprio da Riondino, e intitolato al cantautore cileno ucciso per il suo appoggio a Salvador Allende. "Era l’inizio degli anni ’70: io avevo diciassette anni, lui uno di più – ricorda Chiara – David aveva un gruppo musicale, io mi trovai a cantare con loro. Aveva composto un’opera rock, si chiamava L’autostrada. Girammo le feste dell’Unità, e ebbi chiaro che David era un genio".

Il grande pubblico lo avrebbe conosciuto più tardi: per esempio, nelle serate del Maurizio Costanzo Show, quando David prendeva la chitarra e suonava meravigliose canzoni/parodie. Cantava un falso De Gregori che sembrava vero, "Giuseppina che cammina sul filo", intrisa della surreale malinconia e dei paradossi poetici del cantautore romano. O suonava una parodia della musica popular brasileira, con le milonghe di Joao Mesquinho, e quei passaggi repentini da "alegre" a "triste"... Era sempre sul filo anche David Riondino, fra alegre e triste, fra approccio colto e voglia di giocare. E fra teatro e televisione, cinema e canzone. Sul filo fra gioco e cultura.

La vertigine della cultura più profonda, Riondino l’aveva toccata con mano lavorando per dieci anni alla Biblioteca nazionale di Firenze: come il più grande costruttore di storie della letteratura argentina, Jorge Luis Borges; contemporaneamente suonava la chitarra, spesso insieme alla sorella Chiara, e movimentava la vita delle case del popolo e dei locali “off off“ di Firenze.

Gli anni ’80 sono quelli del cinema e delle riviste. Marco Tullio Giordana lo chiama per Maledetti vi amerò, il suo film d’esordio; i fratelli Taviani per La notte di San Lorenzo. Lui incontra il gruppo milanese del teatro dell’Elfo, e con Gabriele Salvatores interpreta Kamikazen – Una notte a Milano. L’amico vignettista Sergio Staino lo chiama per il suo film Cavalli si nasce. È il 1988, Riondino è protagonista del film: "Il primo film di un regista non vedente", chiosa con la consueta ironia.

Ma David scrive, crea testi, gioca con le parole. Staino lo chiama a collaborare con lui a Tango, l’inserto satirico dell’Unità che dirige. "È la prima volta che l’Unità viene tradotta in italiano", commenta David. E in un certo senso, è vero: il quotidiano più serio e rigido d’Italia che si apre al gioco, con quattro pagine color rosa. Poi Riondino è nella squadra di Cuore, diretto da Michele Serra. Ogni tanto collabora con Linus. Nel 1981 una sua canzone, Maracaibo, scritta con Lu Colombo, diventa un tormentone. Ecco le trasmissioni televisive: Lupo solitario, Zanzibar, L’araba fenice. Il teatro, con Paolo Rossi in Chiamatemi Kowalski e La commedia da due lire. Gli spettacoli comici con Dario Vergassola, all’inizio degli anni ’90: Todos Caballeros, una parodia del Don Chisciotte di Cervantes...

Nel 1995 collabora alla sceneggiatura del film Troppo sole di Giuseppe Bertolucci, interpretato dalla compagna Sabina Guzzanti. Scrive anche la canzone, che porta sul palco di Sanremo. Due anni dopo, il suo film da regista: Cuba libre – Velocipedi ai tropici. Nel 2001 porta a teatro con Milva Peter Uncino, con testi di Michele Serra. Nel 2003, la censura blocca Raiot, la trasmissione di Sabina Guzzanti su Raitre, cancellata dopo la prima puntata. "Tecniche di un governo gestito da un esperto di televisioni", commenta. Negli studi di Firenze si inventa per Radiotre Il dottor Djembè (dal 2006 al 2012), con Stefano Bollani. Che lo ricorda così: "Una delle menti più brillanti di sempre: poetico, geniale, creativo all’ennesima potenza". E Paolo Hendel, amico di una vita: "Quante belle canzoni, quante idee, quanti progetti e quanti sogni! Sempre pronto al gioco, con il suo sguardo acuto, profondo e ironico sul mondo. Caro David, ora te lo posso dire: non sempre sono riuscito a capire i tuoi ragionamenti, troppo difficili per me, e ultimamente non sempre li ho condivisi, questo lo sai, ma quanto mi mancheranno adesso! E soprattutto, d’ora in avanti, con chi cazzeggio?"

David lascia la moglie Giovanna Savignano, la figlia Giada e l’amata sorella Chiara.

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