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Tutti dicono di odiare il Capodanno. Ma tra cene, riti scaramantici e superstizioni nessuno lo salta (mai) per davvero

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31.12.2025

Dal primo brindisi a Kiribati all’ultimo alle Hawaii, il Capodanno nel mondo è un viaggio tra riti, città simbolo, superstizioni, fusi orari e auguri in tutte le lingue

C’è una notte, una sola, in cui il pianeta sembra respirare all’unisono pur non facendo mai la stessa cosa nello stesso momento. Il Capodanno è questo: una coreografia globale fatta di riti antichi, superstizioni urbane, fuochi d’artificio che si inseguono da est a ovest e parole che cambiano lingua ma non intenzione. Non è soltanto l’addio a un anno e l’ingresso nel successivo: è un esercizio collettivo di speranza, ripetuto con ostinazione, fuso dopo fuso.

Tecnicamente, il nuovo anno non inizia ovunque nello stesso momento. I primi brindisi arrivano nel Pacifico, quando in Europa è ancora pomeriggio del 31 dicembre, mentre gli ultimi si tengono quando gran parte del mondo ha già archiviato il primo giorno dell’anno. È uno dei paradossi più affascinanti del Capodanno: una festa globale che non è mai simultanea, ma che continua a essere vissuta come se lo fosse.

Il risultato è una lunga staffetta temporale che attraversa oceani e continenti, trasformando il passaggio all’anno nuovo in una maratona narrativa che dura quasi due giorni interi. Un Capodanno che, in realtà, non finisce mai davvero.

Se esiste un Capodanno iconico, capace di aprire simbolicamente l’anno per il resto del pianeta, è quello australiano. I fuochi che esplodono sul porto di Sydney non sono soltanto uno spettacolo pirotecnico: sono l’immagine che certifica l’inizio ufficiale del nuovo anno. Milioni di persone nel mondo guardano quelle immagini come si guarda un rito fondativo.

Da lì, il Capodanno diventa una lunga sequenza di palcoscenici. In Asia, Tokyo alterna silenzio e spiritualità, con templi e riti di purificazione che convivono con la modernità della metropoli, mentre Hong Kong trasforma skyline e grattacieli in parte integrante dello spettacolo. In Europa, Londra affida al Tamigi il ruolo di linea temporale luminosa, Parigi diluisce la festa nelle strade e Berlino la concentra attorno a luoghi simbolici che diventano spazi collettivi.

In Sud America, il Capodanno assume una dimensione quasi rituale. A Rio de Janeiro, milioni di persone vestite di bianco si riversano sulla spiaggia di Copacabana tra fuochi, musica e offerte al mare, in una celebrazione che mescola spiritualità, tradizione e spettacolo contemporaneo.

Quando finalmente tocca agli Stati Uniti, la liturgia è immutabile: la sfera luminosa che scende a Times Square, a New York, resta uno dei simboli più potenti del Capodanno moderno. Un gesto ripetuto, identico a se stesso, che continua a funzionare proprio perché non prova a reinventarsi.

In molte culture, il Capodanno è il momento in cui si tenta di negoziare simbolicamente con il futuro. In Spagna e in parte dell’America Latina si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte, uno per ogni mese dell’anno. In Brasile il Réveillon è dominato dal bianco, dalle offerte al mare e dai gesti propiziatori. In Giappone le campane dei templi scandiscono il distacco dalle passioni dell’anno passato.

Accanto ai grandi riti, resistono leggende urbane più sottili: evitare litigi, recriminazioni o parole negative nelle prime ore dell’anno, perché il tono emotivo iniziale sarebbe destinato a ripetersi. È il principio del “come inizi, continui”, una forma di autosuggestione collettiva che rende la mezzanotte una soglia delicatissima.

Altrove sopravvive il gesto simbolico di aprire porte e finestre per far uscire il vecchio anno e invitare il nuovo a entrare. In alcune tradizioni, persino dormire subito dopo il brindisi è sconsigliato: l’anno nuovo andrebbe accolto da svegli, presenti, pronti.

Negli ultimi anni, alle credenze tradizionali si sono affiancate superstizioni nuove, figlie dell’era digitale. Sempre più persone prestano attenzione a come si presentano allo scoccare della mezzanotte: l’outfit non è solo estetica, ma una dichiarazione simbolica di ordine, intenzione, controllo.

Anche il primo gesto del 1° gennaio è diventato carico di significato. C’è chi evita di lavorare, chi sceglie di camminare a lungo, chi si concede una colazione lenta e abbondante, quasi a voler impostare il ritmo dell’anno. Persino il risveglio viene osservato con attenzione: alzarsi presto è visto come segno di energia, dormire troppo come un cattivo presagio.

I social network sono ormai parte integrante del rito. Il primo post dell’anno, la prima foto o la prima frase condivisa assumono un valore simbolico sproporzionato. Deve essere “giusta”: positiva ma non euforica, riflessiva ma non malinconica. Anche il silenzio, oggi, può diventare una scelta rituale.

In molte culture il 1° gennaio è considerato un giorno fragile, quasi........

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