Il radicalismo islamico e il ruolo dell’Europa
Ogni giorno si osserva con apprensione gli eventi militari in corso nello Stretto di Hormuz. A tutti è evidente come il regime apocalittico -omicida iraniano abbia preso in ostaggio un’arteria vitale dell’economia globale e ricatti la comunità internazionale. Un qualche sollievo, comunque, è senza dubbio venuto dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jingping, che ha aperto la strada al difficile negoziato oggi avviato. Nei prossimi giorni si capirà se questo negoziato funziona. In ogni caso non sarà facile superare la diffusa inquietudine delle opinioni pubbliche occidentali perché intanto continua la guerra in Ucraina, pesano le minacce cinesi a Taiwan, e in tanti luoghi in Medio Oriente e Africa si continua a sparare. Dopo il 1945 non sono mancati momenti di tensione, ma al fondo prevaleva la persuasione che l’accordo siglato a Yalta tra campo sovietico e campo occidentale, evitasse esiti più tragici. Finita l’Urss, per un periodo siamo stati convinti che la kantiana pace perpetua fosse alle porte. La guerra civile nell’ex Jugoslavia venne considerato un incidente. Ma l’attentato alle Torri gemelle di Manhattan nel 2001 svelò un disordine internazionale crescente che nei 25 anni seguenti non si è riusciti a superare.
Sono sacrosanti gli appelli della Chiesa alla pace: predicare il “bene” non solo è giusto, ma anche utile perché richiama tutti a fare i conti con la propria coscienza morale. Però la testimonianza non sostituisce la responsabilità politica di chi deve scegliere il meno peggio per evitare catastrofi. Magari, poi, è pure astrattamente apprezzabile immaginare un ordine multilaterale che temperi le prepotenze dei più forti. Però oggi il muoversi di tante medie........
