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Gli errori e la sconfitta della tribù comunista

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21.05.2026

Chicco Testa e Claudio Velardi hanno inventato in Siamo stati iscritti al Pci (Edizione Liberi Libri, prefazione di Guido Crosetto, postfazione di Sergio Scalpelli) un modo intrigante per raccontarci la loro passata vita da comunisti italiani e quella da post comunisti dopo il 1991: sui vari passaggi della loro impegnate biografie politiche si scambiano infatti una sorta di lettere/appunti/mail che spiegano, questione dopo questione e interloquendo tra loro, quel che è a successo agli autori del libro con il contorno di alcune riflessioni più generali. Qualche volta leggendo il testo, in sé ricco di autoironia, si ha la sensazione di scorrere le testimonianze degli indigeni intervistati da un Claude Levy Strauss o da una Margaret Mead: così quando si spiega come sono entrati nella “tribù” dei comunisti italiani (quando scoprono il fascino di una comunità di persone normali rispetto al caos della Statale di Milano dove studia Testa e a Servire il popolo, frequentato da Velardi, dove gli si proibiva il vizio borghese di mangiare un gelato). I riti di passaggio (la vendita dell’Unità, le campagne elettorali). Le iniziazioni necessarie per assumere un ruolo nella comunità (l’arte del comizio che rivela, come dicono loro stessi, Chicco come «una pippa» e Claudio «un saccente noioso»). Le procedure liturgiche (i riti di sottomissione al partito: il più tipico quello di essere chiamati a spiegare e confermare pubblicamente un punto della linea del partito su cui si è espresso un dubbio). Il tabù fondamentale dell’identità. Le cerimonie necessarie per sacralizzare la militanza (i viaggi all’Est: la vodka bevuta da Velardi con «i giovani comunisti........

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