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Editoriale – 8 marzo: i numeri che non vogliamo guardare

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08.03.2026

Mimose sì. Ma soprattutto diritti. Libertà. Giustizia. Oggi, quasi ottant’anni dopo, quel simbolo resta attuale. Non per celebrare una festa, ma per ricordare una battaglia che non è finita

Ogni anno arriviamo all’8 marzo con la stessa speranza: poter raccontare un cambiamento. Un passo avanti nella società, nel lavoro, nelle relazioni tra uomini e donne. E ogni anno, puntualmente, quella speranza si infrange contro la durezza dei numeri. Numeri freddi, spietati, che non conoscono retorica né mimose. Numeri che raccontano una verità semplice e brutale: la disuguaglianza di genere non è un ricordo del passato. È il presente.

In Italia, secondo le stime preliminari dell’indagine Istat 2025 “Sicurezza delle donne”, circa 6 milioni e 400mila donne tra i 16 e i 75 anni – il 31,9% – hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Non sono statistiche lontane, non sono casi isolati. Sono vite. Sono storie. Sono donne che incontriamo ogni giorno: colleghe, amiche, sorelle, figlie.

Il 18,8% ha subito violenze fisiche. Il 23,4% violenze sessuali. Tra queste, il 5,7% ha subito uno stupro o un tentato stupro. Dietro queste percentuali ci sono centinaia di migliaia di aggressioni, spesso consumate non nell’ombra di una strada deserta, ma dentro spazi che dovrebbero essere sicuri: la casa, la relazione, la famiglia.

Perché la violenza sulle donne non è quasi mai un fatto improvviso o casuale. È un sistema. È una cultura. È un rapporto di potere.

Il 26,5% delle donne ha subito violenza da parte di parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. Ma è dentro la coppia che la violenza assume una forma ancora più insidiosa: il 12,6% delle donne che hanno o hanno avuto un partner ha subito violenza fisica o sessuale nel rapporto di coppia. A questa si aggiungono la violenza psicologica (17,9%) e quella economica (6,6%), che spesso preparano il terreno agli abusi più evidenti.

Le forme della violenza sono molte. Si va dalle minacce ai tentativi di strangolamento. Dalle molestie con contatto fisico non desiderato – che hanno colpito più di 3 milioni e 800mila donne – fino agli stupri e ai tentati stupri, subiti da oltre 700mila donne.

E poi c’è lo stalking, che colpisce soprattutto dopo la fine di una relazione: il 14,7% delle donne lo subisce da un ex partner. Una persecuzione che non finisce con la separazione, ma che spesso comincia proprio lì.

Il dato più inquietante riguarda proprio gli ex. Quasi 1 milione e 720mila donne hanno subito violenza fisica da un ex partner. E quasi 950mila violenza sessuale. Nella grande maggioranza dei casi – l’84,1% – queste violenze sono avvenute quando la relazione era ancora in corso.

Questo significa che la violenza non nasce all’improvviso: cresce lentamente dentro relazioni segnate dal controllo, dalla manipolazione, dall’umiliazione quotidiana.

La violenza psicologica è spesso la prima gabbia. Isolamento, controllo, svalutazione, minacce. Il 10,6% delle donne ha vissuto situazioni di isolamento, il 12,6% di controllo, il 9,6% di violenza verbale, l’8,8% di intimidazioni dirette.

Ci sono donne a cui viene impedito di decidere se avere figli. Donne che devono chiedere il permesso per andare dal medico. Donne che hanno paura perfino di esprimere un’opinione davanti al partner. Tra le vittime di violenza psicologica da parte di un ex, il 21% ammette di aver avuto paura di parlare liberamente in sua presenza.

E poi c’è la violenza economica, spesso invisibile ma devastante: controllo del denaro, limitazione dell’autonomia, ricatti finanziari. Colpisce il 6,6% delle donne che hanno avuto o hanno un partner. Senza indipendenza economica, la libertà diventa un lusso.

Ma la violenza non è solo nelle case. È anche nelle istituzioni. Nei tribunali. Nelle leggi.

Proprio mentre questi numeri emergono con forza, in Italia è stata mutilata una legge molto importante, quella che prevedeva il consenso della donna prima e durante un atto sessuale. Il disegno di legge, promosso dalla senatrice Giulia Bongiorno, e votato, sposta il baricentro della norma dal consenso alla “volontà contraria” della vittima. In altre parole: non si tratta più di stabilire se c’era un sì libero e consapevole, ma se la vittima ha espresso un no.

Sembra una sfumatura linguistica. Non lo è.

Secondo l’Associazione Italiana di Psicologia, che rappresenta oltre tremila accademici e ricercatori, questa impostazione rischia di ignorare la realtà delle aggressioni. La scienza è chiara: durante una violenza tra il 30 e il 50% delle vittime entra in una condizione di “immobilità tonica”, una reazione neurobiologica che paralizza il corpo e la voce.

Nessun urlo. Nessuna resistenza. Nessun “no”.

Questo silenzio non è consenso. È trauma.

Per questo gli psicologi lo dicono senza mezzi termini: “Il silenzio non è un sì”. Basare la legge sul dissenso significa chiedere alle vittime di dimostrare di aver combattuto abbastanza.

E significa ignorare le dinamiche più profonde della violenza: il controllo coercitivo, i ricatti emotivi, la manipolazione. Studi internazionali dimostrano che nelle relazioni segnate da questo tipo di controllo la probabilità di coercizione sessuale può triplicare o addirittura sestuplicare.

Le donne non cedono per desiderio. Cedono per paura, per stanchezza, per disperazione.

E anche quando trovano il coraggio di denunciare, spesso incontrano un altro muro: la vittimizzazione secondaria. Quella che avviene nei tribunali, nelle procedure, nelle domande insinuanti. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2011, obbliga gli Stati a evitarla. Eppure, continua a verificarsi.

Le vittime di violenza finiscono troppo spesso per doversi difendere non solo dall’aggressore, ma anche dal processo.

Il problema, però, non si esaurisce nella violenza. È dentro l’intera struttura sociale.

Nel lavoro, per esempio. In Italia il divario salariale tra uomini e donne arriva al 25%, quasi il doppio della media europea. Le pensioni femminili sono fino al 40% più basse. Le donne rappresentano il 51% della popolazione in età lavorativa, ma solo il 42% degli occupati.

Il 70% del lavoro non retribuito – cura della casa, dei figli, degli anziani – ricade ancora su di loro. Il part-time è femminile nel 76% dei casi, spesso non per scelta.

Perfino la maternità diventa una penalizzazione. In Alto Adige, per esempio, i contratti a tempo determinato triplicano dopo il rientro dal congedo di maternità, passando dal 10% al 34%. Molte donne sono costrette a lasciare il lavoro nei primi anni di vita dei figli. Almeno un quinto di queste dimissioni sarebbe evitabile con orari flessibili o part-time.

E mentre due terzi degli uomini trovano un nuovo lavoro entro pochi mesi dopo aver cambiato impiego, le donne impiegano in media tre anni per tornare nel mercato del lavoro.

Perfino nel futuro – l’economia verde, la transizione ecologica – il divario si riproduce. Le donne rappresentano solo il 20% dei lavoratori nei green jobs in Italia, ben sotto la media dei paesi sviluppati. E solo una azienda su dieci nel settore delle rinnovabili ha una donna al vertice.

È la stessa storia che si ripete. Sempre.

La verità è che la violenza contro le donne non è un’emergenza improvvisa. È la manifestazione più brutale di una disuguaglianza sistemica.

E finché quella disuguaglianza resterà intatta, anche le violenze continueranno.

Nel 1946, quando le donne italiane votarono per la prima volta, Teresa Mattei scelse la mimosa come simbolo dell’8 marzo. Un fiore semplice, economico, resistente. Cresce anche sui terreni più difficili.

Oggi, quasi ottant’anni dopo, quel simbolo resta attuale. Non per celebrare una festa, ma per ricordare una battaglia che non è finita.

Mimose sì. Ma soprattutto diritti. Libertà. Giustizia.


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