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“My Father’s shadow”: l’illusione democratica

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06.02.2026

Domanda: come mai quelli che dicono di amarci più di ogni cosa al mondo, poi non li vediamo quasi mai? Passi per Dio, che ha così tanto da fare: ma quando si tratta di nostro padre, il marito di nostra madre, quasi sempre assente per tutto il tempo della nostra infanzia, come si spiega? E, soprattutto, chi lo può spiegare ai suoi due figli maschi ancora piccoli, Remi (Chibuike Egbo) undicenne, e Akin (Godwin Egbo) di soli otto anni, se non il loro stesso padre, Folarin (Sope Dirisu, molto bravo nella parte)? Ed è su questa storia tanto umana, incrociata a quella molto più disumana di una dittatura militare nigeriana, colpevole della distruzione della speranza democratica e dell’annientamento degli oppositori disarmati a Bonny Camp, che si snoda My Father’s shadow (da oggi nelle sale), il racconto di un viaggio di riconciliazione padre-figli, visto con gli occhi bicolori e bi-nazionali, anglo-nigeriani, del regista Akinola Davies Jr. E il film è un fertile seminato di pietre miliari socio-politiche e affettive, distinte e distanziate, in cui il tracciamento della linea continua e segmentata tra i vari punti è delegata allo spettatore, munito di ago e filo e di un meccanismo divinatorio. Finalmente, una Nigeria profonda, incrocio tra città e campagna, come non l’avevamo mai vista, tradotta per noi da occhi innocenti, infilati all’interno di autobus rugginosi e così tanto affollati di colori, voci e umanità, che il piccolo Akin va a finire sulle ginocchia di una robusta maman in costume........

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