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“Il gabbiano” e le sue complessità

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15.01.2026

Ebbene, sì: anche Anton Čechov amava molto il “Teatro di complessità due”, almeno stando a una della sue più famose opere teatrali, Il gabbiano, che ha come protagonista il teatro e i suoi attori. Tanto per intenderci, esistono opere straordinarie di complessità ancora superiore. Ragionando (pirandellianamente) sul “personaggio”, infatti, vediamo che questo vocabolo serve a descrivere gli umani, ma non è esso stesso umano in quanto ente astratto, rappresentando in fondo nella sua a-spazialità e a-temporalità la radice del grafo genealogico (dal primo uomo a oggi), che scende pe’ li rami dal primo degli attori che l’ha interpretato, fino all’ultimo che lo farà al momento dell’estinzione della nostra specie. Così, addirittura, l’opera pirandelliana Sei personaggi in cerca d’autore tende a rappresentare un modello di “Teatro di complessità tre”, in quando il copione, scritto per un teatro qualsiasi, narra di un teatro qualunque con un gruppo di attori alle prove finali, con tanto di regia e cast, e questo è il classico “Teatro di complessità due”. Ma, poi, Luigi Pirandello aggiunge un’ulteriore complessità: quella dei personaggi, che di per sé sono ancora teatro all’interno di un teatro “narrato” che a sua volta è dentro un altro teatro fisico. Ora, Il gabbiano di Filippo Dini (in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 18 gennaio) in quale dimensione sta? Intanto, si tratta di una specie di “pas d’arme”, in cui a sfidare sono regista e autore, mentre lo sfidato è nientedimeno che il fantasma della creatività, che puoi trafiggere milioni di volte ma mai........

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