Nel campo largo c'è molta tattica e poca strategia
Prima di un progetto si è già partiti con la leadership. Il tema non è con chi, ma cosa si vuol davvero fare
All’indomani di una vittoria referendaria tanto netta quanto non scontata, il campo largo sembra aver imboccato la strada opposta a quella che saggezza politica suggerirebbe. Invece di capitalizzare il risultato, di stringere le fila e dire agli elettori “ecco il nostro progetto per governare il Paese”, il dibattito si è subito riacceso attorno alle primarie per scegliere il leader della coalizione. La scelta di discutere oggi di leadership senza conoscere le regole del gioco rischia però di apparire esercizio sterile.
La legge elettorale attuale difficilmente accompagnerà il Paese alle prossime Politiche. È probabile che venga modificata dal Parlamento, anche su impulso dell’attuale maggioranza di governo, che ha più di una ragione per temere l’esito di una competizione giocata con le regole in vigore. Dobbiamo dire che cambiarle a ridosso del voto è una tentazione antica della politica italiana, soprattutto quando le certezze dei sondaggi iniziano a scricchiolare. Eppure Giuseppe Conte ha deciso di accelerare. Ha chiesto primarie aperte a tutti i cittadini, forte di sondaggi favorevoli e della possibilità di pescare consenso anche oltre il proprio recinto. È una mossa comprensibile, sul piano tattico. Meno sul piano strategico. Perché rischia di trasformare una coalizione ancora in costruzione in un’arena di competizione interna.
Dall’altra parte Elly Schlein non si è sottratta, ma ha indicato intelligentemente una priorità diversa: il programma. Prima i contenuti, poi i nomi. Prima l’idea di Paese, poi chi dovrà rappresentarla. È certamente una linea più impegnativa e faticosa, ma politicamente più solida, soprattutto in un momento in cui le distanze dentro il campo largo restano profonde e riguardano questioni importanti di politica estera ed economica. Pensare di risolvere queste divergenze partendo dalle primarie sulla leadership rischia di essere un’illusione. Anche perché una leadership senza sintesi programmatica rischia di essere debole fin dal primo giorno. In questi giorni Elly Schlein ha respinto l’idea di chi, come Rosy Bindi, ha ipotizzato il ricorso a un “federatore” esterno, «un’autorevole personalità che accompagni il percorso» e convinca “Elly” e “Giuseppe” a fare un passo indietro per costruire (insieme) un programma unitario. Da qui la suggestione della carta coperta, «qualcuno che apparecchi la tavola, o le elezioni non si vincono». Qualcuno che, «ma non è obbligatorio», resti poi in campo come candidato premier.
Intanto un dato politico emerge chiaro: la vittoria referendaria ha mostrato che un’alternativa è possibile. Che il centrodestra non è più invincibile come sembrava. La nostra copertina, ispirata a “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, racconta proprio questo: una leadership che appare indebolita, meno monolitica di quanto sembrasse. Ma le elezioni non si vincono per inerzia. Non basta la difficoltà degli avversari. Serve una proposta credibile, coerente, condivisa.
E allora la domanda vera non è chi guiderà il campo largo, bensì cosa vuole fare il campo largo. Come immagina l’Italia nei prossimi cinque anni? Quali scelte è disposto a compiere, popolari o impopolari che siano? Senza risposte a questi interrogativi le primarie rischiano di essere un grande gioco di specchi. Con risposte chiare, invece, la leadership emergerà più forte e sicura, così almeno speriamo.
