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Il referendum del 1946 e il successo di Degasperi

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31.03.2026

Di Alcide Degasperi, Mario Missiroli uno degli uomini che maggiormente caratterizzò la cultura e il giornalismo italiano del primo dopoguerra e dal 1952 al 1961 fu direttore del “Corriere della Sera”, scrisse: “Salito al Governo in uno dei momenti più tragici della nostra storia, ebbe la forza e l’animo di assumere tutte le responsabilità imposte dalle circostanze e che dopo pochi, ma intensissimi anni di lavoro tenace, animato da una volontà incrollabile, restituì alla Patra nostra, dignità, ordine e una certa prosperità e un prestigio morale e politico nel mondo” .

Descritto come uomo di profonda fede, laico nei fatti e antifascista, guidò l'Italia verso la democrazia, la Repubblica e l'alleanza atlantica. Riprendendo anche da note di Wikipendia, l’inesauribile enciclopedia online, si può confermare che è stato ’uno dei più grandi statisti del '900 italiano, principale artefice della ricostruzione post-bellica del Paese. Che lo guidò dal fascismo alla democrazia e con Konrad Adenauer statista tedesco e i francesi Robert Schuman e Jean Monnet, fu uno dei padri fondatori della Comunità europea nel sogno di un'Europa unita e pacifica di popoli, basata sul benessere, la crescita e le radici cristiane dopo le guerre mondiali che furono una strage terribile quanto totalmente inutile. La sua azione politica era vista come una forma di "carità" e fraternità, ispirata ai valori cristiani ma laicamente applicata allo Stato. Fu l'ultimo Presidente del Consiglio del Regno d'Italia e il primo della Repubblica; Promosse la Cassa del Mezzogiorno, il piano INA-Casa e le basi dell'Europa che sognava.

Ci sono momenti memorabili come quello della Domenica 2 Giugno del 1946, giorno nel quale si doveva scegliere, nel segreto delle urne, fra Monarchia e Repubblica. In quello precedente al voto, Pietro Nenni e Giuseppe Saragat di fede socialista lo avvicinarono e proprio Nenni chiese al Presidente per chi avrebbe votato e cronisti che erano vicini sentirono Degasperi dire: “Il voto è segreto ma sono pronto a scommettere che il mio Trentino nero [per il colore delle tonache dei preti, nda] darà più voti alla Repubblica della tua Romagna rossa”. Degasperi sapeva benissimo che i suoi conterranei erano diventati italiani perché presi con il fucile; a Vittorio Emanuele preferivano Francesco Giuseppe e volentieri avrebbero mandato via i Savoia. I più anziani non avevano digerito il tradimento commesso nel nome dei sacri egoismi [la celebre espressione politica di Antonio Salandra divenuta pubblica il 18 ottobre 1914, che esaltava la tutela degli interessi dell'Italia], stracciando la trentennale Triplice Alleanza che segnò per gli italiani, l'inizio della guerra contro l’Austria.

Ecco il primo di quei “momenti memorabili”: il referendum che chiamava gli italiani tutti a decidere fra un re o un presidente. In attesa delle urne alle quagli il popolo non era abituato e fra Monarchia e Repubblica - il diritto al voto era stato negato dal fascismo - aveva conosciuto giorni di straordinaria ma cauta mobilitazione.

Cosa sarebbe accaduto se avessero vinto i sostenitori della dinastia sabauda? La Nazione era allo sbando, piegata dalla guerra perduta ma combattuta fra le sue case, minata dalla fame e da ogni sorta di privazione dove erano ancora molti che avrebbero voluto Mussolini, con un Alto Adige – era ancora proibito chiamarlo Sud Tirolo – dove non si votava perché i Quattro Grandi non avevano ancora deciso a chi assegnare il confine del Brennero e il popolo sudtirolese, con Trieste minacciata dall’esercito di Josip Broz Tito, figura di primo piano nella storia del Novecento, veterano di fede comunista della guerra civile spagnola e comandante di un esercito partigiano che rispose con ferocia e furore all’ordine impartito dal generale d’amata Mario Roatta sintetizzato nella formula "testa per dente!"».

Obbligava le truppe italiane ad usare il metodo del terrore contro i civili, ordinando rappresaglie, deportazioni, confische, catture di ostaggi, fucilazioni sommarie, incendi di interi villaggi, persino stupri. L’eccesso di reazione agli attacchi partigiani non sarebbe stato perseguito, lasciando mano libera alle truppe nei confronti della popolazione ritenuta complice dei patrioti. Macchiando l’immagine del “bono taliano”.

Intanto da Londra, il Ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber tornava ad annunciare di volere un plebiscito per il Tirolo meridionale: da Borghetto al Brennero la popolazione tirolese voleva tornare austriaca. Non c’era lavoro, scarsa l’elettricità, mancava il carbone, porti, aeroporti erano controllati dai militari alleati, si gioiva perché si era saputo che nel porto di Venezia erano alla fonda dieci piroscafi inviati dall’Unrra [la United nations relief and rehabilitation administration l’organizzazione fondata per fornire aiuti alimentari e sanitari ai paesi devastati dalla seconda guerra che fino al 1947, ha sostenuto la ricostruzione post-bellica e l'assistenza ai profughi, in Europa e Cina, nda] carichi di zucchero, farina, medicinali, scatole di carne in scatola, sigarette, calze di naylon e di misteriosi tubetti bianchi con il tappo rosso e la scritta “Colgate”, rossa anche quella.

Scambiati da più per pasta di acciughe, finirono in un cassetto dopo un primo e non gustato assaggio, per restarvi fin quando una canzoncina [Colgate si scrive, ma Còlgheit si legge, il dentifricio che i danti protegge, nda] rivelò al volgo, che quello era un dentifricio. Un clima di miseria in vero simile a quello dell’Inghilterra che, vincitrice, era alle prese con la ricostruzione causata dai missili V2 ampiamente utilizzati dalla Germania durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale, in particolare contro Londra e il Belgio.

Dunque, domenica 2 giugno. Si avvertiva una elettrizzante, insolita aria di festa. Gli uomini si era sbarbati con più cura del solito, le donne avevano indossato l’abito più bello e non si erano pittate le labbra con il rossetto per non lasciare, sigillandola, la scheda elettorale, una traccia di colore. C’era stato il famoso articolo del Corriere della Sera dal titolo “Senza rossetto nella cabina elettorale” a spiegare: “La scheda deve essere incollata e non deve aver alcun segno di riconoscimento; le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto che in questo caso renderebbe nullo il proprio voto. Dunque il rossetto lo si porti, ma per ravvivare le labbra all’uscita dal seggio”. Ricordo benissimo le donne che, dopo il voto, tingevano in abbondanza le labbra a dimostrare che avevano votato.

Sono passati 80 anni e sono davvero poche le superstiti di quel voto e i loro pronipoti non possono immaginare quanto sia stato lungo e tormentato il cammino vero quel traguardo. E chi ricorda le suffragette, quelle paladine del movimento femminile, nato alla fine dell'Ottocento, votate e vocate alla lotta per ottenere il diritto di voto? Certo, le file davanti ai seggi erano interminabili perché quel momento arriva dopo anni di dittatura, di guerra. E le macerie erano ancor lì a dimostrare la vastità di quella tragedia, della fame non ancora debellata, delle violenze non ancora finite, della paura che aveva inciso l’animo della gente.

Ma voglio lasciare ad Anna Garofalo, giornalista e scrittrice, il racconto dell'appuntamento con le urne del 2 giugno 1946 perché solo una persona come lei poteva narrare quella giornata che cambiò l’Italia e segnò l’emancipazione della donna: “Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l'acqua, per i generi razionati [nel tempo di guerra, nda]. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari. Milioni di donne in tutta Italia, nelle grandi città industriali del nord come in quelle del centro sud, nei piccoli centri agricoli e nelle comunità montane, sostano composte in lunghe file davanti ai seggi elettorali.

Alcune sono semplicemente abbigliate, altre sfoggiano toilettes più accurate, qualcuna, come in una giornata di festa, indossa l'abito nuovo. Nessuna, attenta alle indicazioni che sono giunte dai partiti e dai comitati elettorali, ha messo il rigo di rossetto nel timore di annullare la scheda che, all'epoca, andava sigillata.

Se si escludono le amministrative del marzo aprile - che avevano riguardato le regioni del centro Nord, appuntamento che vide le elezionie del 78 per cento dei comuni, il 2 giugno del 1946 le italiane si recano alle urne per la prima volta: esprimono la propria volontà politica sul Referendum istituzionale ed eleggono i membri dell'Assemblea Costituente”.

In quell’ epoca erano pochissime le donne giornaliste. Tutte brave, colte, appassionate da quel lavoro che all’ora si diceva “il più veloce del mondo”. Ma per la Garofolo c’è un’altra soave quanto eroica immagine. Quella Donna, nata a Roma il 21 febbraio del 1903 da una famiglia aristocratica, che è stata giornalista, femminista e antifascista di matrice laica e liberale, a soli quindici anni, durante la Prima guerra mondiale, assistette i soldati mutilati come infermiera volontaria.

Al riguardo scrisse: “Fu lì che nacque il mio profondo orrore per la guerra. I segni di quel tempo non si sono più cancellati in me e hanno avuto influenza sulla mia formazione spirituale che - data l’età - era ancora incompleta. M’ero buttata nel lavoro a capofitto, con l’entusiasmo generoso e con l’idealismo che tutti portavamo allora nel cuore. Mi avevano affidato un certo numero di soldati ciechi. Il mio compito doveva essere quello di mettere gli occhi di vetro nelle loro povere orbite raggrinzite, al mattino, e di toglierli la serale.

Di notte, i piccoli globi di vetro riposavano in scatole di cartone contrassegnate ognuna dal nome del soldato. Io non so come potessi scrivere senza tremare terribili frasi come questa: occhi di Silvestrini (era un Alpino di venti anni a cui mancavano anche le mani). L’operazione di togliere e mettere gli occhi era delicatissima, un lavoro di precisione nel quale mi ero specializzata”. Ma c’ è ancora una frase attribuita a quella donna ormai dimentica “Stringiamo le schede elettorali come biglietti d’amore”. Wikipedia l’ha trovata: la politica, e non solo quella al femminile, ha l’obbligo di esaltarla.

Ricordo, avevo 7 anni, mia madre a controllare più volte, la tessera elettorale e la carta di identità; la camminata con passo veloce verso la sede del seggio, quella borsetta di colore blu, con un cagnolino di bachelite di colore giallo come minuscolo ciondolo, la fila come si faceva in tempo di guerra quando nei negozi autorizzati dove era in vendita o la pasta o il sapone previa la consegna della tessera annonaria [prezioso documento di razionamento alimentare introdotto dal regime fascista durante la guerra per gestire la scarsità di beni essenziali come pane, pasta, zucchero e olio e scongiurare la fame nera, nda].

Le donne erano in prima fila perché quello era il giorno del “loro” voto, anche se la prima occasione di incontro con le urne erano state, per molti comuni le amministrative dell’aprile del ’46. Le osterie erano chiuse perché era vietato vendere alcolici nel giorno del voto; si andava scegliere fra Monarchia e Repubblica e tutti avevano capito che con un semplice tratto di matita copiativa si decideva il destino, il futuro e si segnava la storia della Nazione.


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