Post alluvione, tracimazione controllata “per contenere i danni e le persone colpite”
Un’immagine dell’alluvione del maggio 2023 a Fornace Zarattini
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Ravenna, 24 aprile 2026 – È stata l’aula magna del Polo tecnico professionale di Lugo ad accogliere, per tutta la provincia, l’assemblea pubblica dedicata alla sicurezza idraulica sul Piano dell’Autorità di bacino del Po: un incontro che ha visto la partecipazione dei massimi vertici istituzionali e tecnici, tra cui il presidente della Regione Michele de Pascale, il segretario dell’Autorità di bacino del Po Alessandro Delpiano, la struttura commissariale e tutti gli enti tecnici coinvolti nella sicurezza del territorio. In prima fila erano presenti anche i sindaci dell’intera provincia.
Al centro del dibattito una domanda cruciale che impegna il futuro del territorio: come gestire i fenomeni meteorologici estremi quando la portata d’acqua supererà inevitabilmente i limiti fisici dei fiumi e delle opere di difesa?
Una domanda che è stata portata più volte dallo stesso presidente de Pascale, così come dal segretario Delpiano. La scelta che si delinea, riportata dai relatori, è tra una tracimazione incontrollata e subita, o una programmata e gestita attraverso lo strumento delle tracimazioni controllate, elemento cardine (e finale) del nuovo piano contro il dissesto.
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Finale perché, come hanno evidenziato tutti i relatori, prima vi è la manutenzione, il completamento di tutte le opere in corso e anche quelle in programmazione relative al post alluvione, la realizzazione delle casse di espansione a monte della via Emilia, la risagomatura delle golene con il relativo asporto dei sedimenti fini depositati in questi anni, l’adeguamento della rete di deflusso secondaria del Consorzio di bonifica e l’innalzamento (in alcuni casi) degli argini. “Tutto questo è da fare e lo faremo, anche se al momento non è tutto finanziato – ha sottolineato de Pascale –, ma anche se questo fosse tutto pronto domani mattina, se dovesse piovere quanto ha piovuto nel maggio del 2023, i fiumi non avrebbero la capacità di portare tutta quest’acqua: a questo punto cosa facciamo? Aspettiamo di vedere dove rompe o la facciamo uscire dove decidiamo noi?”.
A rinforzare il concetto è intervenuto anche l’ingegner Delpiano: “Il fiume porta 200 metri cubi di acqua, se ne arrivano 220 e non abbiamo previsto nulla, rompe. E allora escono 220 metri cubi di acqua che vanno ad allagare case, aziende, campi, città. Se la facciamo tracimare noi in maniera controllata, il fiume continua a portarne 200 e ne escono solo 20”.
È stato poi citato un recente studio, condotto in collaborazione da tre università tra cui quella di Bologna, che ha fornito dati significativi sul tema. “In caso di rottura accidentale di un argine – ha detto Delpiano –, le acque possono invadere aree vaste fino a 2.300 ettari, con impatti distruttivi entro un raggio di 25 chilometri e danni economici stimati in 56 milioni di euro, colpendo quasi 8.000 persone. Al contrario, una tracimazione controllata permette di mantenere la continuità del flusso fluviale facendo fuoriuscire solo l’eccedenza in aree predefinite di circa 400 ettari, riducendo drasticamente il numero di persone coinvolte a 64 e contenendo i danni a circa 2 milioni di euro”.
Sebbene la teoria sia supportata dai numeri, la preoccupazione tra i cittadini è palpabile, specialmente per chi risiede nelle zone individuate come potenziali aree di tracimazione, temendo svalutazioni immobiliari e vincoli agli investimenti produttivi.
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