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Claudio, il camionista che non si ferma: "Scioperare non aveva senso. Dobbiamo far mangiare l’Italia"

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21.04.2026

Claudio Ballerini a bordo del suo camion

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Modena, 21 aprile 2026 – Claudio Ballerini, 56 anni, non se lo ricorda quasi più. Sono passati anni, una vita, quando strinse per la prima volta tra le mani il volante – allora grande come una ruota di carro – di un camion. Adesso – guida ancora – è al timone di un’azienda che porta il suo nome. Ed è il presidente del Cti, Consorzio trasporti italfrigo di Copparo, una ventina di camion che macinano terreno sulla rete d’asfalto, i colori della bandiera – bianco, rosso e verde – sullo sfondo. "Trasportiamo latte per Parlamalat, lavoriamo anche per Orogel e Mazzoni, per una serie di aziende che operano tutte nel ramo dell’alimentazione, dei generi alimentari", dice, la sua impresa targata Cna.

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"Lo sciopero? Noi no"

Il Cti è nato nel 1983, nel 2023 il traguardo dei 40 anni, la torta. Ci sono le foto, ricordi. In uno scatto sorrisi e l’orgoglio di aver tagliato un grande traguardo, schierati davanti al muso, monumentali Scania che guardano dall’alto in basso chilometri, auto che sembrano così piccole e un Paese. Ricopre il ruolo di presidente dal 2012 Ballerini. "Lo sciopero? Noi no". E’ lunedì, scatta mezzanotte e i motori non rombano più, in pochi ingranano la marcia, addio allo sbuffo dalla marmitta sotto il peso di una sgasata. E’ lo sciopero dei trasporti su gomma in Italia, manifestazione che si ferma poche ore dopo. Il blocco che era previsto fino al 25 aprile – giorno della liberazione – è stato sospeso dopo il tragico incidente avvenuto sull’A1 nel Casertano. Un camionista ha perso la vita mentre partecipava ai presidi. E’ una sospensione, non una revoca definitiva. La mobilitazione non si ferma contro il caro gasolio, rincari con punte del 40%. Un rischio per la distribuzione delle merci, all’orizzonte un aumento dei prezzi al consumo, sulle tavole. Ma Ballerini dice no, a chiare lettere, scandisce le parole. "L’intero consorzio – afferma – non sciopera per scelta. Inoltre noi trasportiamo beni di prima necessità e il servizio deve essere garantito". Una scelta e lui precisa quelli che sono i motivi. "Scioperare contro il caso gasolio non ha senso, non ha alcun senso. E’ una crisi internazionale, mondiale. Il gasolio costa di più in Italia, oltre i confini, in Francia e Germania. In tutto il mondo. E allora mi chiedo perché scioperare, noi no". Attorno il camion che ruggisce, ha portato un mezzo a fare la revisione.

Traguardi e sacrifici

"Lavoravo per un’azienda di trasporti, guidavo camion – ricorda – ero allora un dipendente. Il titolare decise di chiudere. Era il mio futuro. E per la passione e perché nella vita bisogna lavorare e saper fare sacrifici, con un socio comprammo quel camion. Siamo diventati noi i titolari dell’azienda, tre mezzi. Poi è arrivato anche il consorzio ci siamo uniti, siamo più forti". Ci sono anche, è ancora una minoranza, le quote rosa. "Nella compagine è presente una signora, è socia – precisa –. E stiamo assumendo una collega, a maggio entrerà nella squadra una camionista".

Il consorzio non si ferma nemmeno sabato e domenica 

"Certo facciamo i turni, rispettiamo gli orari di guida. Ma l’Italia deve mangiare, deve mangiare sempre. E noi portiamo il cibo a destinazione, dal latte alla verdura". C’è poi un modo per affrontare il caro carburante, si chiama indicizzazione del gasolio. "Nel trasporto merci c’è un meccanismo, fai un contratto con l’azienda che adegua automaticamente le tariffe quando il prezzo del carburante varia oltre il 2% rispetto a un valore di riferimento, basato sulle rilevazioni del ministero dell’Ambiente. E noi abbiamo già da anni firmato questo contratto con le aziende con cui lavoriamo, notifichiamo l’aumento del prezzo del gasolio, vengono adeguati i costi, le spese". Aumenti che, come una palla di neve, ricadono a valanga sulla filiera. "Purtroppo c’è qualcuno che specula e alla fine ti trovi rincari fuori registro", dice. I suoi camion che vanno, vanno sempre. Un santino sul cruscotto, mani ferme sul volante. Bisogna dare da mangiare all’Italia.

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© il Resto del Carlino