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“La criminalità cinese un pericolo, i suoi tentacoli in Emilia e Veneto”

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21.04.2026

Luca Tescaroli, magistrato, procuratore della Repubblica di Prato

Rovigo, 21 aprile 2026 _ Magistrato dal 1991, ha lavorato nelle procure di Caltanissetta, Roma e Firenze. Dalla strage di Capaci all’omicidio del banchiere Roberto Calvi, dalle Nuove Brigate Rosse a Mafia Capitale. Sono passati davanti ai suoi occhi, sotto la sua lente i casi che hanno segnato la storia d’Italia. Luca Tescaroli, magistrato, procuratore della Repubblica di Prato, l’altra sera era a Rovigo, Sala della Gran Guardia per raccontare un paese che cambia, come i volti e le dinamiche del crimine. A partire dal suo ultimo libro “Il biennio di sangue”, in quelle pagine il suo lavoro come coordinatore della Direzione distrettuale antimafia a Firenze, nelle sue mani le indagini sulle stragi compiute in quegli anni, che si sono poi concluse con l’individuazione e la condanna degli esponenti di Cosa Nostra colpevoli dei crimini stragisti. Erano presenti il sindaco Valeria Cittadin, l'assessore alla cultura del comune Erika De Luca, Monica Pedriali vicepresidente fondazione Rovigo cultura, Valeria Mantovan, assessore regionale, e il senatore Bartolomeo Amidei,

La criminalità cinese, quali caratteristiche?

La criminalità cinese ha assunto una dimensione trasnazionale. Rappresenta un pericolo concreto e non da oggi, la cui espansione non deve essere sottovalutata. È articolata in plurimi gruppi, operanti come distinti nuclei capaci di collaborare tra loro, stringono alleanze con ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita e gruppi albanesi, fornendo servizi bancari illegali per il narcotraffico, assicurando pagamenti anonimi e senza tracciabilità. Correlativamente gestiscono un sistema economico-parallelo che coinvolge tutta la filiera manufatturiera del tessile, sfruttando manodopera clandestina e la complicità di professionisti esperti in evasione fiscale e riciclaggio, drenando profitti verso la Cina. La capacità di penetrare l’economia, producendo con le loro imprese a costi fuori mercato, attira l’imprenditoria italiana e straniera, soprattutto nel settore della moda, che trova conveniente esternalizzare la produzione servendosi dell’apporto di imprese siniche. Il riconoscimento da parte delle tradizionali realtà mafiose italiane e il ricorso alla violenza, quali omicidi, tentati omicidi, incendi, con la disponibilità di armi ed esplosivi ne certifica il salto di qualità. Alcuni gruppi hanno acquisito la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo, capace di produrre assoggettamento e omertà, assumendo i connotati dei consorzi mafiosi. Gestiscono il mercato dell’immigrazione clandestina, dello sfruttamento della prostituzione, del gioco d’azzardo, della contraffazione del traffico di stupefacenti guidati dalla logica del profitto. Non sono più realtà chiuse e hanno acquisito la capacità di permeare le pubbliche amministrazioni e le forze di polizia, si impegnano nelle campagne elettorali. Hanno compreso che attraverso queste alleanze possono raggiungere risultati qualitativamente superiori risetto a quelli ottenibili come mere congreghe di criminali che uccidono, estorcono denaro, incendiano. In Italia, il fulcro è rappresentato dalla provincia di Prato, ove esiste la più consistente comunità cinese, collegata con quelle di Roma, Milano e con quelle esistenti in più paesi Europei (Francia, Spagna, Germania, Gena Bretagna, Romania) e non.

In Emilia e in Veneto è presente?

Sì, più città venete e dell’Emilia-Romagna sono pienamente contagiate e pervase dall’agire di gruppi cinesi. Le realtà criminali ivi insediate si inseriscono in un mosaico articolato.

La mafia rappresentazione del male. Si può sconfiggere?

Ne sono convinto, come lo era Giovanni Falcone. È un fenomeno umano. Ha avuto un’origine e avrà una fine.

È ormai da anni in Emilia in Emilia e Veneto, come tagliare i tentacoli, fermare l’espansione?

Per raggiungere l’obiettivo occorre un impegno collettivo maggiore rispetto a quello che sino a oggi vi è stato. Necessita un’attività repressiva sempre più efficace, continuativa, si deve investire nel settore giustizia, potenziando gli organici dei magistrati, del personale amministrativo delle forze dell’ordine, migliorare la professionalità, investendo nel settore informatico. Contrastare l’azione delittuosa in seno alle carceri che si sono trasformate in agenzie del crimine e che consentono il perpetuarsi delle attività. Mantenere gli strumenti di contrasto esistenti e se possibile potenziarli, incentivare le collaborazioni con la giustizia e il contrasto ai patrimoni mafiosi. Al contempo, dovrebbe essere intensificata l’attività preventiva e la formazione culturale nelle scuole e nella società. Occorre fare terra bruciata attorno alle realtà mafiose, recidere gli anelli di collegamento con coloro che detengono il potere economico, politico, con gli appartenenti alle professioni.

Avete centrato grandi risultati, ha mai provato momenti di sconforto?

Dalle stragi del triennio 1993-94 sono stati raggiunti risultati straordinari, che dimostrano la forza inesauribile dello Stato e delle sue componenti più virtuose. Non sono mancati momenti di sconforto e di preoccupazione, soprattutto quando si sono verificati intimidazioni rivolte ai miei familiari, attacchi istituzionali e mediatici. L’importante è continuare a svolgere il proprio dovere, senza mai deflettere.

Il Biennio di Sangue, il suo libro, racconta la mafia in quegli anni. Uno scenario che si può ripetere oppure sono all’angolo?

Oggi Cosa nostra - e la mafia dei corleonesi in particolare - è certamente molto meno pericolosa rispetto all’inizio degli anni Novanta quando è riuscita per la prima volta nella sua storia a porre in essere una strategia stragista terroristico eversiva, volta a condizionare le scelte di politica legislativa affidate al Parlamento e al Governo, con l’impiego del ricatto e del tritolo e inondando di sangue le principali città del Paese, Milano, Firenze e Roma. Ha subito colpi durissimi. Negli anni successivi non si sono più ripetuti fatti analoghi, pur non essendo stati abbandonati i propositi di attentato, e il suo agire si è inabissato. Credo che non si possa escludere il ritorno al ricorso ai c.d. delitti eccellenti, soprattutto se il problema della criminalità mafiosa dovesse essere sottovalutato o dimenticato. Il libro il Biennio di Sangue e l’attività di presentazione - soprattutto nelle regioni del Centro Nord come la Toscana, l’Emilia e il Veneto – hanno come obbiettivo di stimolare la memoria: conoscere per impedire che quel tragico passato possa ritornare.

Lei, come uomo, cosa ha imparato dall’eterna battaglia del crimine?

Il rispetto delle regole, l’adempimento del proprio dovere e il ripudio del compromesso sono fondamentali nel contrastare i criminali e i loro garanti. La serenità della coscienza attribuisce la capacità di neutralizzare le insidie.

Come mai lo stile mafioso ha così presa sui giovani?

Perché non riescono a trovare modelli positivi e valori autentici nella nostra società, nelle famiglie, nelle istituzioni e nel mondo dell’informazione. Si identificano in eroi negativi, invece, che nei modelli ispirati al rispetto della legalità. La seduzione del potere, dell’uso della violenza per sentirsi importanti, imporre il proprio volere e del facile guadagno, derivante dal crimine, seduce chi non possiede gli anticorpi necessari e un adeguata maturità per distinguere il bene dal male.

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© il Resto del Carlino